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Libero spirito

Autore: liberospirito 14 Lug 2010, Commenti disabilitati su Libero spirito

libero spirito

Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va

L’espressione “spirito libero” la troviamo utilizzata per lo più in riferimento a persone di ampie vedute, insofferenti al conformismo e a forme di pensiero rigide. Ma l’espressione “libero spirito” non dice solo questo, indica qualcosa d’altro, allude a qualcosa di più.

Vi è innanzitutto un rimando storico ai fratelli del libero spirito, presenti nel basso medioevo in diverse aree europee, dalla Francia ai Paesi Bassi, dalla Boemia all’Italia; essi professavano tutti la presenza della Spirito santo che li pervadeva e li rendeva puri, secondo il detto di Paolo di Tarso “Tutto è puro per i puri” (Lettera a Tito 1,15) e, in tal senso, si ritenevano liberi da ogni autorità ecclesiastica. Non solo: quello che è interessante è che il libero spirito assunse la forma del movimento, non quello di una nuova Chiesa – con tanto di dogmi e gerarchie – da contrapporre a quella di Roma. A questo indirizzo, assai diversificato al suo interno, può essere collegato quello delle beghine e dei begardi (un nome fra i tanti: Margherita Porete), quello degli apostolici di fra Dolcino e Margherita di Trento, così come lo spirito di libertà annunciato da Bentivegna di Gubbio, o la corrente della libera intelligenza del XIV secolo, solo per ricordare, in modo frammentario e disordinato, alcuni dei nomi di questa indimenticabile esperienza.

Queste sono le parole con cui abbiamo aperto alcuni mesi or sono il sito www.liberospirito.org. Si tratta di un archivio e di una biblioteca on line da aggiornare costantemente, divisa per autori e tematiche, mettendo a disposizione materiali da consultare, leggere e scaricare. Ci siamo resi conto che mancava però uno spazio legato all’attualità: abbiamo preso allora la decisione di dare vita a un blog, in modo da avere l’opportunità di comunicare iniziative in corso (incontri, convegni, seminari), dibattere su questioni urgenti o contingenti, con l’intenzione di creare e mantenere un rapporto più stretto con chi – come noi – è interessato a riflettere intorno a quest’area di idee e  pratiche.

Il nostro desiderio è quello di riuscire a costruire un dialogo religioso vero, aperto, plurale, dove l’attributo ‘religioso’ possa realmente indicare, prima ancora di designare uno specifico settore d’indagine (l’ambito religioso, appunto), la religiosità inerente al dialogare stesso di noi esseri umani. Di questo si sente forte la mancanza oggi, di qui vogliamo partire.

Per ogni contatto: [email protected]

A proposito di “ius soli”

Autore: liberospirito 26 Giu 2017, Comments (0)
Proponiamo la lettura di un recente editoriale di Domenico Stimolo, apparso su http://www.ildialogo.org. Utile lettura per comprendere come questa proposta di legge, con un percorso alquanto sofferto, sia di fatto un “ius soli” assai moderato, con diversi vincoli, differente rispetto a quello in vigore in molti Paesi, dove viene attuato senza condizioni.
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Dopo quasi venti mesi dall’approvazione alla Camera dei Deputati – ottobre 2015 – ( il disegno di legge era stato presentato nel corso del 2013), finalmente la deliberazione sullo “Ius soli temperato” è approdata al Senato. Bontà del Governo, ieri presieduto da Renzi , oggi da Gentiloni. Le novità altre prodotte lungo questo percorso temporale, considerate assolutamente prioritarie sono sonoramente fallite: riforma costituzionale (battuta con grande maggioranza al referendum), tentativo di intesa su una nuova legge elettorale di stampo “centralista”, avevano determinato un potente rallentamento dell’iter legislativo della proposta di legge.
Da parte dei “manovratori” I diritti di cittadinanza erano stati messi abbandonatamente in coda.  Ora, improvvisamente, la fase politica è cambiata. Sembra proprio che le elezioni non siano più alle porte, quindi lo “ius soli”, che correva il grandissimo rischio di essere definitivamente accantonato ( elezioni anticipate!?), è stato ripescato e messo in buona e giusta evidenza.
Ovviamente, bene così!
Ci sono le potenziali condizioni, finalmente, riguardo fondamentali diritti di civiltà democratica, di fare uscire il nostro Paese dai vincoli di rilevante oscurantismo che lo caratterizzano nell’ambito del contesto europeo, specie per il riconoscimento della cittadinanza ai minorenni nati in Italia da genitori non italiani. Si tratta alfine di modificare in maniera strutturale una regola di stampo antico, plateale nel richiamo linguistico, rimasta in auge, pur nel procedere dei secoli. Tecnicamente identificata in maniera astrattamente naturalista “ ius sanguinis”, letteralmente diritto di sangue. L’ultima legge in materia, n°92 del 5 febbraio 1992, sancisce che il riconoscimento della cittadinanza Italiana è dovuta solo se si  fa parte dell’intreccio contenente il “prezioso” liquido comune. Una vera e propria discendenza di sangue, quasi un retaggio della famosa fascista  stirpe italica, di non lontana memoria, procacciatrice di enormi devastazioni umane e materiali.
Stante i requisiti delle vigente normativa all’atto di nascita acquisiscono il diritto di cittadinanza i bambini i cui genitori sono italiani, con l’esclusiva eccezione di genitori apolidi ( privi di qualunque cittadinanza) o ignoti.
La legge in oggetto prevede inoltre lo “ ius domicilii”.  La cittadinanza italiana viene concessa a coloro che raggiungono il 18° anno di età, sul presupposto che abbiano maturato 10 anni di residenza continuativa ( persone non comunitarie); l’ istanza deve essere effettuata entro 1 anno, pena la decadenza. La richiesta di cittadinanza per naturalizzazione ( adulti e residenti) è vincolata dagli anni di residenza ( almeno 10 per extra comunitari, 4 comunitari, 5 per apolidi e rifugiati; etc. ), con adeguato livello di integrazione e conoscenza della lingua italiana, reddito idoneo, senza carichi penali. In ogni caso, pur avendo i requisiti ( eccetto per matrimonio)  il riconoscimento può essere rifiutato.
Sul piano generale con lo “ius soli” ( diritto del suolo) si intende l’acquisizione della cittadinanza  vigente nel luogo della nascita, senza altre condizioni. Nei fatti, nel contesto territoriale  a noi più vicino, cioè l’ambito degli Stati europei, si distingue il riconoscimento alla nascita o dopo la nascita. Nell’Unione Europea costituita dai 15 Stati di adesione storica: Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito, Spagna, Svezia, vengono applicate normative che complessivamente riconoscono la cittadinanza ( adulti e minori) in un quadro articolato e differenziato di condizioni.
Nell’area cosiddetta occidentale lo “ius soli” senza condizioni viene applicato negli Stati Uniti, Canada, e nella quasi totalità degli Stati del Sud America.
Nel nostro paese  i progetti di merito di cambiamento della legge 92/1992, riconoscimento della cittadinanza, sono al confronto del Parlamento già dal lontano 2003.  Il testo di proposta di legge in discussione al Senato è derivante dalle ampie modifiche precedentemente apportate dalla Camera dei Deputati. Nella versione originaria si individuava la “residenza legale”. Quindi, la proposta prevedeva il riconoscimento della cittadinanza italiana ai nati in Italia da genitori stranieri di cui almeno uno fosse residente legalmente nel territorio italiano da almeno cinque anni, senza interruzioni, antecedenti alla nascita.
Il testo in discussione prevede esclusivamente lo “ius soli temperato” e lo “ius soli culturae”.
Nella prima condizione il diritto di cittadinanza viene riconosciuto ai figli degli immigrati nati in Italia da genitori ( almeno uno) con permesso di soggiorno permanente/tempo indeterminato ( per extracomunitari) o se comunitari con permesso di lungo periodo, residente in maniera continuativa da almeno 5 anni . Nell’ipotesi “ culturae”  la cittadinanza viene concessa ai minori arrivati in Italia prima dei 12 anni di età e che abbiano frequentato un corso formativo scolastico per almeno 5 anni, oppure chi, venuto in Italia minorenne, residente da almeno sei anni, abbia acquisito titolo di studio/qualifica da ciclo scolastico/ istruzione professionale.
Uno studio della fondazione Leone Moresca prevede che i soggetti interessati siano circa ottocentomila, di cui  oltre seicentomila in quando nati in Italia.
E’ utile aggiungere che nel 2015 i cittadini extracomunitari che, stante i requisiti della legge 92/1992,  hanno ottenuto la cittadinanza italiana sono 159.000 ( dati Istat); i comunitari sono stati 19.000. Le cittadinanze italiane ottenute per matrimonio sono complessivamente marginali, poco meno del 10 per cento.
E’ questa, pur in una forma riduttiva, una primaria “battaglia” sui diritti civili. Una legge sulla cittadinanza, per riconoscere operativamente l’articolazione complessiva dei fondamentali diritti di libertà individuali e democratici espressi dai valori fondamentali costituenti il nucleo vitale della Costituzione.  Vitali, così come avvenuto con l’approvazione del divorzio, dell’interruzione della gravidanza, delle Unioni civili.
Quindi, come già verificatosi in quegli eventi, serve chiarezza e piena condivisione, senza distorsioni e mascheramenti. Le valutazioni dei Soggetti politici e le motivazioni ideologiche sono bene chiare nelle dichiarazioni di voto contrarie o di astensione; quest’ultime per i meccanismi di voto al Senato sono chiara espressione di rifiuto per l’estensione dei diritti civili.
Come già avvenuto in quelle occasioni serve una forte e decisa mobilitazione della società civile, a supporto di questa prioritaria evoluzione dei diritti civili. Le differenziazioni non si possono misurare solo nell’Aula parlamentare o lasciando le iniziative esterne solo ai razzisti o a chi ancora si richiama ai dettami della dittatura fascista.
Quindi, giù le maschere che da lungo tempo ormai offuscano la chiarezza civile e politica in Italia……e a ciascuno il suo, per trasparenza e incisività, antirazzismo e pratiche di libertà e giustizia. I cittadini sono tutti eguali tra loro, senza discriminazioni contro gli odi verso gli Umani che inquinano la nostra comune Società.
Domenico Stimolo

Quel legame perduto con la terra

Autore: liberospirito 21 Giu 2017, Comments (0)

Riportiamo l’inizio di un lungo articolo di Aldo Zanchetta, apparso su “Adista-Documenti” in cui si riflette sulla logica estrattivista presente in tutto il mondo, Italia inclusa. In breve, l’estrattivismo è una relazione con la terra basata non sulla reciprocità, ma imperniata sul dominio; perché il capitalismo – si dice nel testo qui sotto – non è soltanto un tipo di economia, ma è prima di tutto un sistema sociale, finanche un tipologia dell’immaginario. Per chi desiderasse poi leggere per esteso tutto l’intervento (in cui si esamina in particolare la situazione italiana circa l’estrattivismo) può andare qui, al sito di “Adista”.

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La parola estrattivismo è un neologismo che ci viene dall’America Latina, dove il fenomeno ha raggiunto forme estreme, e dove – grazie all’esperienza diretta e all’acuta riflessione di operatori sociali di vari settori (Raúl Zibechi, Eduardo Gudynas, Pablo Davalos …) – ha visto allargare il suo significato e il suo campo di applicazione.

Così, secondo l’analisi di Zibechi, si è percepito l’estrattivismo dapprima essenzialmente come un fatto ambientale, poi come un modello economico e infine come modello di società. L’autore del breve ma denso saggio La nuova corsa all’oro, edito da Hermatena nella collana “Voci da Abya Yala” (pp. 105, euro 9, tel. 051-916563, [email protected]; v. Adista Notizie n. 2/17), in un articolo posteriore approfondisce la sua riflessione sull’estrattivismo come cultura cercando di «comprendere le sue caratteristiche profonde e i limiti delle analisi precedenti. Uno dei limiti (…) consiste nell’aver guardato fondamentalmente all’aspetto ambientale e di rapina della natura inerente al modello di conversione dei beni comuni in merci (…). L’altro grosso errore è stato quello di considerare l’estrattivismo come un modello economico, secondo il concetto di accumulazione per spossessamento elaborato da David Harvey. In sintesi, all’errore di aver incentrato le critiche (in modo quasi esclusivo) sull’aspetto ambientale si è aggiunto l’economicismo di cui soffrono molti di coloro (me compreso) che hanno avuto una formazione marxista. (…) Il capitalismo non è un’economia ma un tipo di società (o formazione sociale), anche se evidentemente esiste un’economia capitalistica. Con l’estrattivismo succede qualcosa di simile. Se l’economia capitalistica è accumulazione per estrazione di plusvalore (riproduzione ampliata del capitale), la società capitalistica ha prodotto la separazione della sfera economica dalla sfera politica. L’economia estrattiva, un’economia di conquista, di furto e di rapina, non è altro che un aspetto di una società estrattiva (o di una formazione sociale estrattiva), che è la caratteristica del capitalismo nella sua fase di dominio del capitale finanziario».

Estrattivismo significa quindi molte cose diverse: estrazione di ricchezze naturali dal sottosuolo con relative devastazioni ambientali, esaurimento della fertilità dei suoli mediante monocoltivazioni intensive senza riposo dei terreni, desertificazione per riforestazioni intensive di eucalipti per produrre cellulosa (l’eucalipto, avido di acqua, fa il deserto attorno a sé), estrazione di valore da territori urbani con opere di “gentrificazione” (termine di derivazione inglese che indica l’insieme dei cambiamenti urbanistici e socio-culturali di un’area urbana, tradizionalmente popolare o abitata dalla classe operaia, derivanti dall’acquisto di immobili da parte di popolazione benestante) e altro ancora come indicheremo con alcuni esempi. Ricordiamo le faraoniche opere di Expò 2015 a Milano. Cui prodest? Ai soliti noti…

In una famosa “Dichiarazione sul suolo” di Ivan Illich, Lee Hoinacki e Sigmar Groeneveld, fra l’altro si legge: «La nostra generazione ha perso il suo radicamento al suolo e alla virtù. Per virtù intendiamo la forma, l’ordine e la direzione dell’azione plasmata dalla tradizione, delimitata dal luogo e qualificata dalle scelte effettuate entro l’ambito abituale di esperienza di ciascuno; intendiamo quella pratica reciprocamente riconosciuta come il bene in una cultura locale condivisa che rinforza la memoria di un luogo. (…) I nostri legami col suolo – le relazioni che limitavano l’azione rendendo possibile la virtù pratica – sono stati recisi allorché il processo di modernizzazione ci ha isolati dalla semplice sporcizia, dalla fatica, dalla carne, dal suolo e dalle tombe. La sfera economica dentro cui, volenti o nolenti, talvolta a caro prezzo, siamo stati assorbiti, ha trasformato le persone in unità intercambiabili di popolazione, governate dalle leggi della scarsità».

Direi che tutto ciò che impoverisce, anche culturalmente, il legame fra una popolazione e il suo territorio è estrattivismo nel senso più ampio.

Aldo Zanchetta

Una moschea dove le donne possono predicare

Autore: liberospirito 17 Giu 2017, Comments (0)

Riportiamo un articolo uscito su “il manifesto” di oggi, a firma di Sebastiano Canetta, da Berlino. Si parla dell’apertura, nella città tedesca, di una moschea paritaria, in cui il velo non è più d’obbligo e le donne possono tenere prediche, al pari degli imam maschi; proponendo inoltre, così come avviene  da tempo in ambito cristiano, una lettura storico-critica del Corano. Questa nuova esperienza fa il paio con la “Moschea inclusiva dell’unità”, a Parigi, la prima in Europa espressamente aperta ai gay. Segni, questi, che i tempi stanno cambiando anche per l’islam: The Times They Are A-Changin’

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 L’integrazione con le donne “svelate” nella prima moschea «liberale» di Berlino, e l’apartheid della più grande associazione islamica della Germania che a Colonia si smarca dalla manifestazione contro il terrorismo. Due mezzelune diametralmente opposte, distanti poche centinaia di chilometri quanto teologicamente inconciliabili. Due parti comunque dell’Islam che – secondo la cancelliera Angela Merkel – «appartiene alla Germania» e che proprio secondo le regole del federalismo, comincia a governarsi da sé.
Così, sospesi fra rivoluzione e restaurazione, diritti civili e doveri religiosi, cittadinanza attiva e sudditanza passiva i musulmani tedeschi cominciano a ripensare al loro ruolo nella Bundesrepublik. Indicando, nel bene e nel male, quale sarà il futuro con cui fare i conti. Ieri a Berlino nel quartiere di Moabit è stata inaugurata la prima moschea «paritaria» della Germania. Dedicata al filosofo medievale andaluso Ibn-Rushd (Averroè) e al padre della letteratura tedesca Wolfgang Goethe, messi uno accanto all’altro non solo sulla targhetta di ottone.
Da oggi tra le mura del centro di preghiera le donne possono tenere prediche esattamente come gli imam maschi e il velo non è obbligatorio. Una rivoluzione copernicana, per di più a pochi metri dall’altro centro religioso del quartiere, considerato tra i centri di appoggio al terrorista del mercatino di Natale di Charlottenburg Anis Amri.

Tutto merito della forza di volontà di Seyran Ates, 54 anni, avvocata e attivista per i diritti delle donne di origine turca, che aveva denunciato pubblicamente la «discriminazione sessista» nei centri di preghiera. «Abbiamo bisogno di una lettura storico-critica del Corano: una scrittura del settimo secolo non si può certo prendere alla lettera. Noi siamo per una lettura del libro sacro – che è molto concentrato sulla misericordia e l’amore di dio – prima di tutto per la pace. Così si cambia l’immagine pubblica dell’Islam».

Davvero un altro pianeta rispetto a Colonia, capitale tedesca dell’Islam «integrale» dove invece si consuma la guerra (non più sotterranea) tra il Consiglio centrale dei musulmani e la potentissima associazione Ditib, prima organizzazione islamica in Germania e mecca di chi segue il pensiero ortodosso. I suoi imam hanno deciso di non partecipare alla protesta contro il terrorismo e Daesh fissata per il fine-settimana a Colonia in nome della «non-ingerenza». L’esatto contrario di quanto prova a spiegare Lamya Kaddor, organizzatore della manifestazione, convinto che «bisogna prendere posizione, perché nelle nostre città sta succedendo qualcosa». Parole chiare, che piacciono anche alla cancelliera Merkel: attraverso il portavoce del governo Steffen Seibert ha fatto sapere di «apprezzare molto la manifestazione contro la violenza e il terrore». L’esclusione dell’associazione Ditib secondo lei «è semplicemente un peccato».

Sebastiano Canetta

Lettera di Bifo al Papa su reddito e lavoro

Autore: liberospirito 5 Giu 2017, Comments (0)
Riprendiamo dal sito della casa editrice DeriveApprodi la lettera che Franco Berardi Bifo ha inviato al papa in cui affronta il tema del lavoro e dl non-lavoro oggi. Merita leggerlo per la sua attualità (prende avvio dal discorso del papa ai lavoratori dell’ILVA). Va ricordato che per la sensibilità biblica il non-lavoro lo troviamo esemplificato dal sabato, così come dall’anno giubilare. Entrambi sono stati creati per amore della vita: il riposo non esiste per accrescere l’efficienza produttiva (come sosteneva Aristotele e con lui buona parte del pensiero dominante occidentale), ma per realizzare il culmine del vivere. Cose importanti in merito sono state scritte da Jacques Ellul (v. Lavoro e religione, pubblicato nel 2015 dal Centro Studi Campostrini).
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Santità,
pur sapendo quanto prezioso è il Suo tempo, mi permetto di rivolgermi a Lei perché da quando una sera di marzo ho sentito la sua voce augurarci buonasera, ho intravisto una luce di speranza, nell’oscurità che da alcuni anni sembra scesa sul mondo.
Non essendo credente non pretendo di capire il senso più profondo delle Sue parole, ma so che sono il cibo di cui ha fame l’umanità contemporanea, condotta a un punto estremo di smarrimento e disperazione dalla violenza e dallo sfruttamento.
Forse perché Lei viene dalla fine del mondo, nei pochi anni del Suo Magistero ha detto la parola carità in modo così persuasivo che anche chi non ha la fede può capirla: nelle mie orecchie spiritualmente sorde è risuonata come l’eco della parola solidarietà cancellata da tempo dall’aggressione del capitalismo che mette gli umani l’uno contro l’altro.
Attento come sono a ogni Suo messaggio, giorni fa ho letto il suo discorso agli operai dell’ILVA, e per qualche minuto mi sono arrabbiato molto con Lei. Com’è possibile (ho pensato) che l’uomo che viene dalla fine del mondo, colui che ha visto da vicino quali effetti produca la violenza del capitale finanziario, si accomodi al conformismo dominante, proprio quel conformismo che ha costretto le donne e gli uomini a vendere la loro vita in cambio di un salario miserabile. Sempre più miserabile da quando di lavoro non ce n’è più bisogno.
Lei sa benissimo che la scienza e la tecnologia, il prodotto più alto del lavoro e della cooperazione umana, stanno rendendo inutile il lavoro salariato, particolarmente quello più degradante e più pericoloso. Grazie al sapere non è più un’utopia la parola di Gesù che ci invita a vivere come i gigli nel campo e come gli uccelli nel cielo. L’idea secondo cui occorre lavorare in cambio di salario è una moderna superstizione.
Questa superstizione ha permesso e permette a una piccola minoranza di sfruttatori di accumulare ricchezze sempre più ingenti, mentre milioni di persone perdono il loro tempo, che andrebbe liberato non certo per oziare ma per educare i ragazzi, per curare il corpo e la mente. Infatti oggi le macchine sono in grado di sostituire l’umana fatica: ma il tempo degli umani costa meno che l’applicazione di congegni tecnici di cui pure abbiamo la disponibilità.
Mi perdoni se mi permetto di rivolgermi a Lei così irrispettosamente: non è vero che lavorare in miniera o in mezzo ai fumi mortiferi delle acciaierie è fonte di dignità. Gli operai dell’ILVA (e i loro figli) soffrono e muoiono per malattie polmonari. Come possiamo dirgli che il lavoro è la sola dignità?
A un giornalista che le chiedeva se bisogna accettare l’inquinamento, una donna di Taranto rispose qualche anno fa con parole che sono rimaste, terribili, nella mia memoria: «Meglio morire di cancro che di fame».
A tal punto gli umani hanno subito il ricatto del capitalismo, che pur di dargli pane accettano che il cancro colpisca i loro figli. A tal punto gli umani sono stati defraudati del tempo e della comunità che solo nel luogo dello sfruttamento hanno potuto ricostituire un senso del comune. A tal punto gli umani sono stati costretti ad azzuffarsi per salario, che la guerra dilaga, i migranti sono visti come nemici da affogare in mare, e il fascismo ritorna dovunque più orrendo che mai.
La dignità consiste nel non piegare il capo a questo ricatto. E non piegare il capo è possibile, oggi, perché grazie all’attività libera e intelligente di lavoro salariato c’è n’è sempre meno bisogno.
Le porgo i miei saluti con gratitudine immensa per l’orizzonte di speranza che il Suo magistero apre al mondo.
Francesco Berardi Bifo

Poesia contro l’ansia

Autore: liberospirito 4 Giu 2017, Comments (0)

Questa volta una poesia. L’autrice, Ilma Rakusa,  è nata nel 1946 da madre slovena e padre ungherese. Vive a Zurigo. In Italia è uscita la sua autobiografia Il mare che bagna i pensieri (Sellerio). Questa poesia è apparsa di recente su “L’internazionale” ed è tratta dalla raccolta Impressum uscita in tedesco nel 2016. La traduzione è di Dario Borso.

rakusa

Carezza la foglia

consola il bosco

chiudi la bocca

rima la voglia

stira il cruccio

culla il libro

ama l’aria

annusa l’erba

non offendere i bimbi

non mangiare schifezze

impara nel sogno

scrivi ciò che è

nutri il giorno

forma il tempo

corri e fermati

non esitare

sta’ come neve

apri la porta

invita qualcuno

fa’ pure a meno

vestiti bene

interroga il cuore

rilassati

tocca il mondo

 

Ilma Rakusa

“Io sto con le Ong”

Autore: liberospirito 19 Mag 2017, Commenti disabilitati su “Io sto con le Ong”

Riportiamo un’intervista a Erri De Luca sulla questione degli sbarchi dei migranti in Italia. Come sempre con lucidità e passione l’autore  sa entrare nel merito del problema, a dispetto di tutte le ipocrisie e le menzogne che capita di leggere sui vari quotidiani o di sentire in televisione.  L’intervista è apparsa sul sito di MicroMega.

04 Jan 2016, Greece --- Jan. 4, 2016 - Greece - Europe, Greece, Lesbos isle, January 5, 2016 : thousands of migrants land every day on the shores of the island of Lesbos from neighboring Turkey , distant only 4 nautical miles. (Credit Image: © Danilo Balducci via ZUMA Wire) --- Image by © Danilo Balducci/ZUMA Press/Corbis

Dalla chiusura dell’operazione Mare Nostrum, voluta dal governo Letta nell’ottobre 2013 e sospesa a ottobre 2014 dopo lunghissime polemiche, gli sbarchi sono aumentati e, con essi, i morti e dispersi in mare. Solo nel 2017 sono 43.357 i migranti arrivati per mare in Italia, Grecia e Spagna. In Europa siamo di fronte ad un’emergenza da fronteggiare?

Non si può usare il termine emergenza per un fenomeno che dura in continuità da venti anni. Emergenza è un terremoto, un’alluvione, una siccità. Qui si tratta di incompetenza, di volontario affidamento dei flussi migratori ai trafficanti, di passiva gestione di chi comunque arriva.

C’è chi parla di “invasione”, secondo lei viviamo una fase di grande distorsione tra percezione e realtà? E i media, con la loro imprenditoria della paura, hanno responsabilità?

Esiste il freddo reale misurabile in gradi di temperatura e il freddo percepito più intensamente, dovuto per esempio al vento. Nel caso dei flussi migratori registriamo una percezione ingigantita che istiga l’allarme di invasione. È vero il contrario, le poche decine di migliaia di nuovi arrivi non compensano l’esodo di italiani verso residenze all’estero. Passivo è anche il saldo tra nascite e decessi, in parte compensato dalla natalità dei nuovi arrivi. L’Italia è un paese in via di disabitazione. Una percezione sobria della realtà dovrebbe rallegrarsi del rabbocco di nuovi residenti. Si sparge invece artificialmente l’allarme per giustificare la parola emergenza, che a sua volta giustifica assegnazioni senza gara di appalti e di denaro pubblico a imprenditori legati ai partiti.

La sinistra storicamente ha assunto la posizione “no borders” e dell’accoglienza indiscriminata. Veramente in Italia non esiste un problema migrazione e abbiamo la capacità di inserire tutti i migranti nel nostro tessuto socio-economico?

Non so a che sinistra si riferisce. Il centrosinistra ha introdotto i campi di detenzione abusiva per stranieri colpevoli di viaggio non autorizzato. Ha esordito con il governo Prodi Veltroni affondando il barcone albanese Kater i Rades nella Pasqua del ‘97 per imporre un blocco navale illegale. Invece l’accoglienza economica esiste, eccome: manodopera sottopagata, senza limiti di orario di lavoro, sistemata in alloggi degradati. Succedeva già a Torino negli anni ‘60 e ‘70, gli operai meridionali vivevano in soffitte, dividendosi in due la stessa branda, secondo i turni di lavoro in fabbrica. Il sistema economico tende a ridurre al minimo il costo della manodopera e la nuova disponibilità di stranieri senza diritti sindacali è la pacchia del profitto. L’accoglienza economica avviene sopra e sotto banco.

Verrà accusato di essere un “buonista”, lo sa?

Ignoro il significato. So che chi vorrebbe infilare un immaginario preservativo all’Italia è un autolesionista che non vede a un centimetro dal proprio naso e si rifiuta di documentarsi sulle cifre.

Non crede che la questione debba essere risolta in chiave europea magari con un meccanismo di quote migratorie per ogni Paese? L’Europa non sta abbandonando l’Italia al proprio destino?

L’Italia e i Paesi di confine sud si sono danneggiati da soli firmando il trattato di Dublino, che assegna al Paese di primo arrivo l’intero onere di identificazione e trattenimento. Il governo d’Europa invece lascia che i flussi migratori se la sbrighino da soli. Ogni tanto l’Europa impone il blocco alle frontiere, sospendendo il trattato di Schengen. Va sospeso invece quello di Dublino.

Passiamo alla polemica sulle Ong generata dalle frasi del grillino Luigi Di Maio: come si spiega la sortita del leader del M5S?

Un atto di autolesionismo politico e morale: se c’è un calcolo nel ripetere a pappagallo la diffamazione contro i salvatori di vite umane in mare, è calcolo sbagliato. Potrà incassare qualche voto, ma produce di più un’emorragia di consensi. Con questa posizione sono diventati non più votabili per chi era uscito dall’astensionismo. Il Movimento aveva raccolto quell’area di astenuti, che ora ha restituito al vento.

Però sulla base di un rapporto di Frontex si ipotizza che le modalità operative delle navi umanitarie finiscano con il favorire i trafficanti. Che idea si è fatto di questa bagarre politica?

Sono stato in mare con Medici Senza Frontiere. Ho visto che l’unica condizione necessaria ai trafficanti è che il mare sia extrapiatto. Le camere d’aria lunghe dieci metri e cariche di centocinquanta persone in media, spinte da un motorino di 40 cavalli, partono solo se le condizioni meteo del mare sono ideali. Quando sussistono queste condizioni, i trafficanti lanciano a mosca cieca le camere d’aria al largo verso nord, senza neanche uno di loro alla guida. Se ci sono o non ci sono delle navi soccorso, è affare che non riguarda i trafficanti. Se le zattere naufragano o no, loro hanno già incassato il prezzo del biglietto. Non ha alcun senso logico né pratico l’ipotesi inventata di una loro intesa con le navi soccorso. Sono queste navi che devono dannarsi dall’alba al tramonto per cercare a vista di binocolo quei dieci metri di esseri umani accatastati, alla deriva nell’enorme Golfo della Sirte.

Ma le parole del procuratore Carmelo Zuccaro, sui presunti legami tra trafficanti libici e organizzazioni umanitarie impegnate nel soccorso dei migrant in mare, hanno gettato benzina sul fuoco di una questione irrisolta che si affaccia sulle coste del Mediterraneo?

Sono dichiarazioni irresponsabili del rappresentante di un’istituzione preposta a svolgere indagini, che ha parlato ammettendo di non avere elementi di prova, deragliando dal suo compito di ufficio.

Durante l’audizione in Senato il pm di Trapani, Ambrogio Cartosio, ha parlato di soccorsi senza informare la guardia costiera annunciando che “membri delle Ong sono indagati per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”. Una di queste Ong, tra l’altro, è Medici senza Frontiere… Solo macchina del fango o dietro c’è del vero?

MSF non ha ricevuto, al momento che rispondo alla sua domanda, nessun avviso di indagine. Sono stato a bordo con loro per due settimane in aprile e ho conosciuto tutta la loro macchina organizzativa. In più ho conosciuto l’equipaggio della nave Prudence, noleggiata, e l’ho visto coinvolto dallo stesso spirito di servizio e di dovere di soccorso in mare, che anima i volontari. Favoreggiamento? Favoriscono il più indispensabile soccorso a chi sta per annegare.

E perché le Ong si rifiutano di far salire unità di polizia giudiziaria a bordo? La maggiore trasparenza (delle attività e dei fondi) non sgombrerebbe il campo da dubbi ed illazioni?

Perché non sono un corpo di polizia. Ci pensa già Frontex e la Guardia Costiera a svolgere con pieni poteri e autorità questo compito. I volontari di pace e di soccorso salvano vite senza nessuna divisa. Ricordo che durante la guerra di Bosnia negli anni ‘90 i convogli di aiuti ai quali partecipavo come autista, rifiutavano la scorta armata in zona di guerra. Non si va al soccorso con le armi. 

Non crede che sia possibile che qualche Ong, lavorando in contesti difficili, abbia rapporti ambigui e poco chiari? Le indagini della magistratura alla fine non potrebbero far luce sulla situazione, colpendo soltanto le mele marce della cooperazione internazionale? La giustizia non deve fare il suo regolare corso, perché temerla?

Ripeto: ai trafficanti non serve nessun contatto e comunque possono sapere se ci sono navi soccorso dai pescherecci libici che incrociano al largo e che recuperano i motori di 40 cavalli dai gommoni, dopo che le navi soccorso hanno issato a bordo i salvati. È veramente assurdo e inverosimile attribuire ai trafficanti lo scrupolo di assicurarsi un buon fine al carico umano del quale si liberano appena il mare è calmo.

Il Cara più grande d’Italia era da dieci anni nelle mani della ‘ndragheta per un giro d’affari di oltre 30 milioni di euro. In manette anche il parroco della chiesa di isola Caporizzuto. Come si contrasta il nuovo business sull’accoglienza (e sulla pelle) dei migranti?

In altre parte d’Italia la manodopera straniera viene impiegata senza nessuno scrupolo e a pieno sfruttamento. Non è diverso dal centro CARA calabrese, dove tutta quella forza lavoro lasciata inerte fa gola a chi può approfittarne. Non è peggio di chi ha la gestione dell’accoglienza e intasca la quota procapite, lasciando spiccioli agli ospiti che hanno diritto a quella somma.

Quali le responsabilità della politica?

Di infischiarsene, di lasciare che l’economia selvaggia lucri sulla vita, il lavoro, il bisogno di chi ha solo la forza e la gioventù come merce di scambio.

In effetti su sicurezza e immigrazione tanto il Pd – tra decreto Minniti ed estensione della legittima difesa – quanto il M5S sembrano inseguire la peggior destra, quella razzista di Salvini. È così? Si fa a gara a chi la dice più grossa contro i migranti per racimolare qualche voto?

Il recente ignobile decreto toglie al richiedente asilo il diritto di appello in caso di prima sentenza di respingimento della sua domanda. A chi ha perso tutto quello che si può perdere nella vita, viene tolto anche il ricorso in appello. È un provvedimento incostituzionale e il ministro lo sa, ma che importa? Basta sbattere sul tavolo di una perpetua campagna elettorale l’accanimento contro il più debole. Il decreto è stato preceduto dal ridicolo e certamente costoso accordo con un caporione libico, uno fra i tanti, per trattenere i profughi più a lungo.

E in tutto questo, la sinistra dov’è, esiste ancora?

E’ stata amputata dopo lunga cancrena. Come gli arti amputati, ogni tanto continua a far male in assenza. Nella questione dei flussi migratori è in discussione la semplice appartenenza alla specie umana e alla civiltà del Mediterraneo.

Presentazione a Cremona

Autore: liberospirito 6 Mag 2017, Commenti disabilitati su Presentazione a Cremona

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A Cremona, presso il Centro Sociale Autogestito “Kavarna” (via Corte, 11), si terrà sabato prossimo 13 maggio, dalle ore 20, la presentazione del libro di Raoul Vaneigem Disumanità della religione (Massari editore, 2016), nella traduzione di Andrea Babini, con due saggi di Federico Battistutta. Entrambi saranno presenti per dialogare con il pubblico.

Riportiamo la presentazione della serata: “Per Vaneigem, due sono i grandi mali che affliggono l’uomo, anzi le condanne che l’uomo stesso si è autoinflitto: la religione e l’economia. Sia l’una che l’altra negano l’uomo a sé stesso, lo disumanizzano, facendogli credere che la vita non sia altro che una punizione e la felicità una colpa. La rinuncia alla propria corporeità, sensuale e sensoriale, in favore di uno Spirito “che abita il Cielo degli dei e delle idee” e da cui tutto dipende, fa sì che l’essere umano, invece di vivere, sopravviva, schiavo del lavoro e servo delle caste sacerdotali. Ma se la favola mitica si accompagna al mercato della merce, se il rito sacro è tale e quale lo scambio monetario, allora -dice Vaneigem- i soli antidoti che salveranno l’uomo dalle proprie paure sono il desiderio e la gratuità. Sono queste le “scintille incendiarie che ardono sotto la cenere”, fin dai tempi della religio originaria: unione simbiotica fra gli esseri indistinti, rinnovando la quale l’uomo si libera dal bisogno di dare un senso al tutto e diventa capace di creare se stesso come un vivente fra i viventi”.

Robert M. Pirsig, in memoriam

Autore: liberospirito 26 Apr 2017, Commenti disabilitati su Robert M. Pirsig, in memoriam

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È morto all’età di 88 anni lo scrittore e filosofo statunitense Robert M. Pirsig, autore del romanzosaggio Lo zen e l’arte della  manutenzione della motocicletta (laddove, avvertiva l’autore, tanto lo zen che la motocicletta – con tutta la sua manutenzione – andavano in qualche modo relativizzate). Ci piace qui – ricordando quel libro denso, avvincente, che seppe a suo modo fare storia – riportarne alcuni passaggi significativi, a testimonianza dello spessore esistenziale che trapelava dalle pagine delle sue opere.

Dove, ad esempio, l’ordinario quotidiano e lo straordinario possono incontrarsi: “Il Buddha, il Divino, dimora nel circuito di un calcolatore o negli ingranaggi del cambio di una moto con lo stesso agio che in cima a una montagna o nei petali di un fiore”. (p. 28)

C’è, poi, soprattutto la riflessione su quello che lo stesso Pirsig ha chiamato “metafisica della qualità”: “La qualità… sappiamo cos’è eppure non lo sappiamo. Questo è contraddittorio. Alcune cose sono meglio di altre cioè hanno più qualità. Ma quando provi a dire in che cosa consiste la qualità astraendo dalle cose che la posseggono, paff, le parole ti sfuggono di mano. Ma se nessuno sa cos’è, ai fini pratici non esiste per niente. Invece esiste eccome. Su cos’altro sono basati i voti, se no? Perché mai la gente pagherebbe una fortuna per certe cose, e ne getterebbe altre nella spazzatura? Ovviamente alcune sono meglio di altre… ma in cosa consiste il «meglio»?”(p. 183).

E ancora: “Qualsiasi lavoro tu faccia, se trasformi in arte ciò che stai facendo, con ogni probabilità scoprirai di essere divenuto per gli altri una persona interessante e non un oggetto. Questo perché le tue decisioni, fatte tenendo conto della Qualità, cambiano anche te. Meglio: non solo cambiano anche te e il lavoro, ma cambiano anche gli altri, perché la Qualità è come un’onda. Quel lavoro di Qualità che pensavi nessuno avrebbe notato viene notato eccome, e chi lo vede si sente un pochino meglio: probabilmente trasferirà negli altri questa sua sensazione e in questo modo la Qualità continuerà a diffondersi”. (p. 341)

Oppure, per finire questa fin troppo breve rassegna, le riflessioni sul sapere, la conoscenza e la ricerca della verità: “La vera Università non ha un’ubicazione specifica. Non ha possedimenti, non paga stipendi e non riceve contributi materiali. La vera Università è una condizione mentale. È quella grande eredità del pensiero tradizionale che ci è tramandata attraverso i secoli e che non esiste in nessun luogo specifico; viene rinnovata attraverso i secoli da un corpo di adepti tradizionalmente insigniti del titolo di professori, ma nemmeno questo titolo fa parte della vera Università. Essa è il corpo della ragione stessa che si perpetua. Oltre a questa condizione mentale, la “ragione”, c’è un’entita legale che disgraziatamente porta lo stesso nome ma è tutt’altra cosa. Si tratta di una società che non ha scopi di lucro, di un ente statale con un indirizzo specifico che ha dei possedimenti, paga stipendi, riceve contributi materiali e di conseguenza può subire pressioni dall’esterno. Ma questa Università, l’ente legale, non può insegnare, non produce sapere e non vaglia idee. È solo un edificio, la sede della chiesa, il luogo in cui sono state create le condizioni favorevoli a che la chiesa potesse esistere”. (p. 149-150).

Credere, ma senza nevrosi

Autore: liberospirito 19 Apr 2017, Commenti disabilitati su Credere, ma senza nevrosi

Quanto segue è un’intervista al teologo, psicoterapeuta ed ex-sacerdote tedesco Eugen Drewermann, apparsa alcuni anni fa sulla rivista “Mosaico di pace”. La riproponiamo perché gli argomenti restano sempre attuali, semmai li ritroviamo ulteriormente aggravati (dalla questione – urgente – dei migranti, all’assetto generale del sistema-mondo, al ritardo – storico – della Chiesa intesa come istituzione). “Non si può credere in Dio, senza credere nell’uomo e probabilmente non si può nemmeno credere nell’uomo senza credere in Dio”, dice Drewermann: affermazione interessante e condivisibile, previo chiarimento su ciò che si vuole intendere quando utilizziamo la parola “Dio”. 

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Eugen Drewermann, ultimamente la sua analisi si è incentrata sul tema della salvezza e della guarigione. Un tema arduo, che ha implicazioni psicanalitiche personali, però anche implicazioni con il sistema-mondo in cui viviamo, quasi a far pensare che, se questo mondo potesse essere disteso sul lettino, vedremmo immediatamente una proiezione di nevrosi e ossessioni inimmaginabili. Ma lei, nei suoi saggi e nei suoi libri, allarga il tema della salvezza ai convulsi movimenti di umanità, come le migrazioni di popoli che vengono cacciati e ricacciati da ogni parte. Per lei questo è uno scandalo. 

È un vero e proprio scandalo, che grida vendetta al cielo! Cinquanta milioni di persone oggi vivono sotto la soglia minima di povertà, sei milioni sono bambini; le statistiche dell’Onu ci parlano del flagello dell’Aids in molte parti dei continenti esclusi, in particolar modo in quel continente alla deriva che è l’Africa. Ma vogliamo fare i calcoli nel futuro?

Da qui al 2050? 
Sì, da qui al 2050 ci saranno nel nostro piccolo mondo nove miliardi di persone, di cui due terzi non sapranno come sopravvivere. Un problema che riguarda l’economia, non la psicologia. Viviamo in un mondo rovesciato. Abbattiamo i confini per il trasferimento di capitali e di industrie, però li chiudiamo alle persone. Abbiamo un bisogno urgente di cambiamento dell’ideologia del mercato fine a se stessa, però ciò non avviene. È chiaro che in un mondo così fatto i poveri chiedano di poter partecipare al banchetto dei ricchi. Ma gli stati del ben-essere, come l’Europa e l’Australia, si chiudono ermeticamente nei propri confini perché non vogliono vedere le conseguenze delle proprie azioni. Questo meccanismo ci porta alla contrapposizione fra primo e terzo mondo, fra le popolazioni che stanno bene e quelle che brancolano nell’indigenza e nella fame. Ma il meccanismo si dilata anche all’interno degli stati nazionali, dove si allarga la forbice fra ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri. Ecco allora che si pone la grande domanda etica: cosa possiamo fare noi davanti a questa situazione di tremenda ingiustizia planetaria e di fronte alle legittime richieste di movimento delle popolazioni che fuggono la fame? Oggi molta gente che fugge dalla Nigeria, dal Ghana, dalla Turchia deve dimostrare, una volta arrivata nei Paesi ricchi, che scappa per motivi politici e che ha testimoni diretti. Incredibile. Ma quale stato ha l’interesse a riconoscere a queste persone in fuga il diritto di asilo politico?

È un circolo vizioso. Non se ne esce. 
Individualmente ci sono persone che obiettano a questo sistema atroce. Ci sono impiegati statali, piloti di aerei, poliziotti, che davvero vengono in aiuto di queste persone a rischio anche di perdere il proprio posto di lavoro.

E la Chiesa che fa? 
Qui volevo arrivare… La Chiesa dovrebbe essere una sorta di internazionale dell’umanità e rifarsi alle sue vere fondamenta, che sono quelle testimoniate da Gesù, l’uomo nuovo, il figlio di Dio che ascoltava il cuore dell’umanità. Ma sia il Vaticano che le Chiese locali continuano a rifiutare questo ruolo fondamentale, preferendo utilizzare le modalità e i linguaggi della diplomazia.
I credenti oggi si attendono un discorso chiaro, senza fronzoli, preciso, che si fa carico del rischio per la salvezza dell’uomo che viene, che si manifesta, magari col suo bagaglio di sofferenza e di angoscia. Molte persone hanno capito da tempo che la parola di Dio vale davvero solo quando trasforma la paura in speranza. E questo è possibile solo attraverso l’esperienza vissuta, ossia destrutturando tutti i discorsi teologici in forme pratiche di azione nel mondo. L’insegnamento di Gesù, nell’interpretazione di san Paolo e di Martin Lutero, spiega perfettamente che nessuna persona può essere buona solo perché lo vuole, ma la sua bontà gli deriva solo da una manifestazione pratica del bene. E la grazia è la rivelazione di un incontro con l’altro.

È un altro modo di intendere la fede. Già Dietrich Bonhoeffer aveva posto il problema della fede nel tempo della sciagura nazista. Oggi – diceva Bonhoeffer – urge una fede matura, che sappia vivere “etsi deus non daretur”, come se Dio non ci fosse. E questa fede in Dio è l’azione incondizionata per l’altro uomo. Esistere-per-gli-altri: è la dimensione della fede nel nostro tempo. 
Il grande problema è che noi abbiamo una fede di derivazione autoritaria, che ci arriva dall’autorità ecclesiale sotto forma di superstizione. E in questo senso Freud aveva ragione a credere all’ateismo come un atteggiamento assolutamente umano, perché se credere a Dio significa conservare paure e angosce infantili, allora è una liberazione chiudere con quella fede-credenza. Ecco, dunque, la grande domanda che deve interpellare la Chiesa e ogni altra tradizione religiosa dell’umanità oggi: è importante difendere e sviluppare l’autorità, oppure vivere la fede nella vita concreta, pratica, nell’esperienza di un mondo sensibile e aperto alla voce e al richiamo degli altri? Essere liberi significa rompere con la nevrosi della costrizione. Un tema importante anche in chiave ecumenica.

Quale futuro hanno quindi i valori simbolici, l’identità, la religiosità?
È importante che vi siano degli spazi in cui le persone vengano considerate come valori in se stesse e non più strumenti per un fine materiale. È questo un obiettivo cui mirano insieme sia la religione che la psicoterapia affinché non si richieda alle persone ciò che esse possono diventare per noi, bensì incontrarle per la loro identità, offrendo loro la possibilità di conoscere e ritrovare se stesse.

La teologia riveste ancora una grande importanza per la visione terapeutica di cura dell’uomo? 
La psicologia e la teologia, pur avendo punti di partenza diversi, cercano di conseguire lo stesso scopo: prendersi cura della psiche umana. Mentre però lo psicoterapeuta, alleandosi con i sogni del paziente, giunge negli strati profondi dell’inconscio, come Orfeo alla ricerca della sua Euridice, il teologo, utilizzando i modelli offerti dalla storia della religione o dalla rivelazione, tenta di scendere dall’alto dell’illuminazione fino al piano della realtà. Entrambi i metodi, per quanto diversi siano i loro punti di partenza, si condizionano a vicenda. In ultima analisi, non si può credere in Dio, senza credere nell’uomo e probabilmente non si può nemmeno credere nell’uomo senza credere in Dio.

La questione dell’obiezione di coscienza nell’applicazione della legge 194

Autore: liberospirito 11 Apr 2017, Commenti disabilitati su La questione dell’obiezione di coscienza nell’applicazione della legge 194

Sulla pelle delle donne. Su ciò si basa buona parte della cosiddetta obiezione di coscienza da parte dei medici ginecologi circa l’applicazione della legge sull’interruzione di gravidanza. Intorno a tutto questo dibattere condividiamo l’intervento che segue, elaborato dalla Comunità cristiana di base di San Paolo a Roma (http://www.cdbsanpaolo.it). Dice – come è giusto che sia – poche cosa ma chiare.

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La Comunità cristiana di base di San Paolo, già a suo tempo impegnata –  in dissenso dalla posizione ufficiale della gerarchia cattolica – per il mantenimento di una legge, che evitando alle donne di ricorrere all’aborto clandestino, consentisse loro di rivolgersi in sicurezza alle strutture pubbliche, è rimasta favorevolmente colpita dall’iniziativa della Regione circa l’assunzione per concorso di due medici non obiettori di coscienza da destinare al reparto IVG dell’Ospedale San Camillo di Roma. Tale iniziativa ha avuto, oltre ad un positivo risultato concreto, una valenza fortemente simbolica. Si auspica che anche altre Regioni seguano l’esempio del Lazio. Sappiamo però che questa soluzione non può dirsi definitiva in quanto i medici, terminati i sei mesi di prova e in qualsiasi momento lo ritengano opportuno, possono sempre avvalersi dell’obiezione di coscienza.

Ricordiamo che la legge n. 194 del 1978 si basa su due principi contrapposti: il diritto delle donne di interrompere una gravidanza non voluta e il diritto dei medici ginecologi di non effettuare l’intervento abortivo per motivi di coscienza.

Garantiti questi diritti, la legge ha però come fine ultimo quello di sconfiggere la pratica dell’aborto attraverso la diffusione sempre più estesa dei metodi anticoncezionali. In questo, a causa dei tagli alla Sanità pubblica ma non solo, i Consultori familiari sono stati via via depauperati delle figure indispensabili al loro funzionamento e dei fondi per poter effettuare capillari campagne informative, a cominciare dalle scuole.

In questi 39 anni il numero dei medici obiettori è andato sempre crescendo, col risultato di costringere le donne a penose peregrinazioni, anche in città o regioni diverse dalle proprie,  e spesso  anche a dover tornare all’aborto clandestino.

Sulla strada di possibili contrasti all’obiezione da parte dei ginecologi  che in molti casi è dettata da motivi di comodo, è la proposta di Noi siamo Chiesa che, basandosi sullo stesso principio dell’obiezione di coscienza al servizio militare (affermatosi quando tale servizio era obbligatorio), propone che essa sia consentita solo a quei ginecologi che, in cambio del servizio non prestato presso i reparti IVG, accettino “di fornire una prestazione periodica, gratuita e non formale a favore della collettività, preferibilmente in campo socio-assistenziale oppure socio-sanitario” (v. “Adista” n. 10 dell’11.3.2017). Infatti, mentre i  medici non obiettori sono di fatto costretti ad effettuare, tra le varie possibilità offerte dalla loro specializzazione, solo ripetitive funzioni abortive, in una situazione aggravata dalla cronica scarsità di personale, i medici obiettori non risentono di tutto questo, anzi – in molti casi – vengono promossi alla qualifica di primari e/o dirigenti sanitari.

Altra possibilità sarebbe quella di introdurre una norma secondo la quale non potrebbero assurgere a funzioni di primari gli obiettori di coscienza in quanto  sprovvisti delle competenze ed esperienze in materia di IVG, mai praticate. Essi sarebbero infatti inadatti a svolgere il ruolo di indirizzo, coordinamento, studio e ricerca propri della funzione di primario.

Riteniamo inoltre che dovrebbe essere proprio la coscienza ad impedire, a chi adduce ragioni etiche, di accettare la promozione a primario configurandosi, in particolare secondo la morale cattolica, una cooperatio in malum.

Ci chiediamo anche se la mancata conoscenza del funzionamento e delle necessità dei reparti di IVG non sia all’origine della insufficienza di personale, della mancata sostituzione di strumenti e apparecchi tecnici quando diventano obsoleti o non più funzionanti, come è facile verificare in molte realtà ospedaliere in cui le donne, anche per una semplice ecografia, sono costrette ad andare in altri reparti.

Occorrerebbe comunque, sia per questa proposta che per quella di Noi siamo Chiesa, la massima vigilanza al fine di evitare inaspettate e inaccettabili modifiche della legge n. 194.

Detto quanto sopra, considerato anche che la realizzazione dei diritti delle donne e di quelli dei medici obiettori possono essere garantiti soltanto in un servizio che funzioni al cento per cento, noi riteniamo tuttavia che si debba puntare sulla contraccezione anche perché in campo clinico-farmacologico sono intervenute importanti innovazioni, tra le quali la pillola “del giorno dopo” e quella “dei cinque giorni dopo” che di fatto impediscono l’annidamento dell’ovulo fecondato nell’utero. Purtroppo, sebbene tali pillole debbano essere fornite dalle farmacie alle donne maggiorenni senza necessità di ricetta, a volte i farmacisti ricorrono all’ obiezione di coscienza, non prevista dalla legge, per non fornirle.

In definitiva si tratta di stanziare adeguati fondi per i consultori familiari e per campagne capillari di informazione e sensibilizzazione  nelle scuole e attraverso i social, seguendone poi il processo e controllando  costantemente affinché si raggiunga l’obiettivo sperato.

Comunità cristiana di base di San Paolo

Decrescita, ecologia profonda e spiritualità laica

Autore: liberospirito 5 Apr 2017, Commenti disabilitati su Decrescita, ecologia profonda e spiritualità laica

“Spiritualità laica” è un termine che ci è sufficientemente caro, per quanto suoni ambiguo. Infatti viviamo ancora in un tempo in cui frequentiamo termini logori e consunti, superati dai fatti, in attesa che un nuovo linguaggio possa fiorire e imporsi in tutta la sua evidenza. Di spiritualità laica ne ha parlato anche Serge Latouche mettendo in relazione decrescita, ecologia profonda e, appunto, spiritualità laica. Questa breve nota che pubblichiamo proviene dal “Quaderno di Ecofilosofia” (www.filosofiatv.org). 

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Nel sito www.decroissance.org, c’è una pagina dedicata alle faq sulla decrescita, ad un certo punto vien posta la questione dei rapporti tra decrescita e deep ecology: la risposta è totalmente sconfortante, perché invece di prospettare un’integrazione, delinea una totale contrapposizione precisando che la decrescita dovrebbe essere decisamente antropocentrica, al contrario dell’ecologia profonda!(1)

La sottomissione della Décroissance ad uno dei pilastri più importanti del pensiero sviluppista dominante, non può che stupire, perché equivale a disinnescare le potenzialità della decrescita come paradigma alternativo. Fortunatamente, vi sono anche posizioni di segno ben diverso: Serge Latouche, in uno degli ultimi libri pubblicati in Italia (2), conclude le sue interessanti riflessioni con una esplicita rivalutazione di Arne Naess e della Deep Ecology. Serge infatti osserva che il pensiero della decrescita ha bisogno di essere completato sul versante spirituale, tramite l’elaborazione di ciò che lui indica come “spiritualità laica”, per distinguerla dalle varie forme religiose. Latouche si esprime in questi termini: ”Trovo questo aspetto nell’ecologia profonda, anche se il termine in Francia è sospetto. L’ecologia profonda è quella che si oppone all’ambientalismo superficiale […]. Nell’ecosofia di Arne Naess ci sono molte cose in cui ci si può riconoscere” (p. 143)

(1) Riportiamo il testo così come compare nel sito citato. La décroissance est-elle de l’« écologie profonde » ? L’« écologie profonde » (deep ecology) se définit généralement par le « bio- centrisme », c’est-à-dire qu’elle considère l’humanité seulement comme une partie d’un ensemble vivant. La décroissance est au contraire anthropocentrique : elle place l’humain au centre et accorde à la nature une place très importante, mais qui demeure seconde. La décroissance est donc opposée à l’écologie profonde.

(2) Serge Latouche, L’economia è una menzogna, Bollati Boringhieri, 2014.

Un papa…

Autore: liberospirito 30 Mar 2017, Commenti disabilitati su Un papa…

Lidia Menapace, classe 1924, già staffetta partigiana, già nel nucleo dei fondatori del movimento Cristiani per il Socialismo, già esponente del movimento femminista, di quello antimilitarista e dell’ANPI, già senatrice della repubblica, è ad oggi una delle poche voci fuori dal coro all’interno del mondo cattolico rispetto il pontificato di Bergoglio. Il suo pensiero in merito lo troviamo sintetizzato in maniera eccellente in queste poche righe. Il testo proviene da www.italialaica.it.

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… re dello stato assoluto,  più assoluto che esiste,  batte circa tutti gli altri capi dei paesi d’Europa, rafforzando l’assolutismo, non mutando in nulla la definizione dei diritti delle donne, nè la condanna dell’aborto e il sostegno ai medici antiabortisti violenti USA, appoggiati durante la campagna elettorale di Trump, e diffondendo il linguaggio, il simbolico, l’alta forma di gusto dei riti che caratterizza il cattolicesimo detto costantiniano, già rifiutato dal dimenticato Concilio Vaticano II. La cultura politica italiana non è mai laica nemmeno nei laici, perchè la cultura di Chiesa è nel nostro paese egemone, così anche sullo Ior il papa re non dice nulla e perciò, essendo un evasore fiscale, non può  condannare la cospicua evasione fiscale che caratterizza il nostro paese. Chiedo scusa, so di  colpire molti innamorati/e della affascinante personalità di  Bergoglio, ma sento di non poter tacere. Ciao Lidia

Il papa a Monza: pop-star o gattopardo?

Autore: liberospirito 26 Mar 2017, Commenti disabilitati su Il papa a Monza: pop-star o gattopardo?

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Che il pontificato di papa Francesco rappresenti un segno di discontinuità rispetto ai suoi predecessori è cosa ben nota su cui non c’è motivo di ritornare. Ciò che importa però è comprendere la portata di tale new deal vaticano; detto altrimenti: che rapporto intercorre tra le parole e i dati di realtà? Proponiamo perciò una sorta di “lettura sintomale” (a dir la verità un po’ rapsodica) della visita del papa a Monza, in cui possano emergere alla superficie del testo (qui: dell’evento) i lapsus, i silenzi, i sintomi che raccontano più delle parole pronunciate (a parlar bene, in maniera edificante, in fondo siamo bravi tutti).

Partiamo dai freddi numeri riguardanti i costi dell’evento. Tre milioni e 235mila euro. A quanto pare tanto è costata alla diocesi di Milano la visita di papa Francesco a Monza. Il solo palco, lungo 80 metri e profondo trenta, è costato un milione e 300mila (a sua volta dotato di impianti video del valore di 300mila euro). Giusto per avere un’idea delle cifre: la struttura sulla quale si è esibito lo scorso settembre la rockstar Luciano Ligabue è costata 750mila euro ed è stata utilizzata per due serate; quella che ha accolto il pontefice per poche ore valeva quasi il doppio.

A contribuire a tutte queste ingenti spese troviamo un elenco di vari istituti bancari (cioè le stesse banche che ogni giorno dicono di non avere i fondi per sostenere i risparmiatori) e anche quella Regione Lombardia che è da sempre in prima fila nell’elargire soldi pubblici a una sola confessione religiosa.

Facendo dei rapidi conti i tre milioni di euro sono stati spesi per un’ora e mezza di presenza nella cittadina brianzola, con un costo di circa 35.944 euro al minuto.

Ora, tornando alla domanda iniziale, che relazione c’è tra le parole e le cose? Come conciliare la celebrazione dell’umiltà, della sobrietà se non della povertà e le spese sostenute per un evento di così breve durata e, in fondo, effimero? O, detto in altra forma, che rapporto c’è tra l’attuale papa e il poverello di Assisi a cui il pontefice costantemente dichiara di richiamarsi? Il sintomo emergente, quello che alla fine si ricava dall’evento in questione è che, nonostante tutta la buona fede, il pontificato di Francesco I presenta sempre più i tratti non di un radicale new deal, ma di una studiata operazione di restyling o di make up dell’elefantiaca – e sempre meno presentabile – istituzione cattolica. («Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi», sosteneva il nipote del principe di Salina, nel Gattopardo).

Di fronte a simili fatti, da tempo noi preferiamo volgere lo sguardo altrove, all’esodo lento e silenzioso, quanto inesorabile, dai vecchi apparati religiosi verso una sensibilità religiosa veramente rinnovata, un novum radicale, rispondente ai tempi in cui viviamo e di cui se ne avverte sempre più l’urgenza.

Scriblerus

 

 

Carlo Cassola: l’idea del disarmo unilaterale continua a vivere

Autore: liberospirito 21 Mar 2017, Commenti disabilitati su Carlo Cassola: l’idea del disarmo unilaterale continua a vivere
Alcuni giorni fa cadeva il centenario della nascita di Carlo Cassola, scrittore e intellettuale impegnato nel campo del disarmo unilaterale.  A questo proposito pubblichiamo un intervento di Alfonso Navarra – membro della segreteria della Lega per il disarmo unilaterale – in cui ricorda il lungo e appassionato impegno di Cassola contro la guerra e la corsa  agli armamenti, questioni ancora ben attuali, anche se non viviamo più nell’epoca delle Guerra Fredda; anzi sostenere oggi dinanzi ai vari “signori della guerra” il disarmo unilaterale è davvero una grande eresia. L’articolo è tratto da http://www.ildialogo.org
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Carlo Cassola, lo scrittore partigiano (combatté nelle Brigate Garibaldi) che osò illuminare anche i “lati grigi” della Resistenza (“La ragazza di Bube” va letta anche in questo senso), è celebrato in questi giorni dalle istituzioni, con un comitato ufficiale del Ministero della Cultura, nel centenario della nascita, il 17 marzo 2017 a Roma. Morì poi il 29 gennaio del 1987 a Montecarlo di Lucca, dove si era ritirato a vivere.
Cassola è stato il “padre” del disarmo unilaterale in Italia, come idea e come campagna politica. Ed anche come organizzazione, la Lega per il disarmo unilaterale, che ancora oggi promuove l’obiezione fiscale alle spese militari. E il gesto “culturale” di questa idea di “fare il primo passo nella direzione giusta” fa ancora vivo tra noi Carlo Cassola. Di lui ci resta il suo insegnamento chiaro e forte, che va dritto al punto: ci ammonisce che il militare tutto è nocivo e che la guerra è la faccia violenta di una realtà violenta e che, se non la togliamo di mezzo, non potremo avviarci a cambiare la realtà presente, che è, in gran parte, una realtà militare.
Le idee antimilitariste di Cassola – è la mia convinzione, la convinzione di tanti – sono già sono servite, oggi, a far nascere, in parte, altre idee sulle quali i pacifisti e i nonviolenti stanno attualmente lavorando. Una di queste è, mi pare, l’idea della difesa nonviolenta e dei corpi civili di pace, l’altra è liberarsi come priorità delle priorità  dal rischio atomico. A New York forse già quest’anno in una conferenza ONU (che il governo italiano aveva votato poi rimangiandosi il SI) riusciremo a mettere fuori legge gli ordigni nucleari, allo stesso modo delle armi chimiche e biologiche.
Ed è giusto ricordarlo oggi che, su questi temi, mi sentirei di dire anche su suggerimento di Carlo Cassola, è la società civile che, pur ignorandolo, scende in campo in difesa della vita, messa in pericolo, ovunque sul pianeta, dalla violenza e dal militare. In special modo dal nucleare, che anche se spacciato per civile è essenzialmente in funzione militare.
Credo utile citare queste sue parole, tratte da “La rivoluzione disarmista”, che mi appaiono oggi decisamente attuali:
” Basterebbe che un solo popolo si ribellasse al ricatto della difesa (e della sovranità armata degli Stati nazionali – ndr) per mettere in crisi il militarismo dappertutto. Patriotticamente mi auguro che questo popolo più intelligente degli altri sia il mio. (….) Chi non capisce che è questo il terreno dello scontro decisivo tra progresso e reazione , tra civiltà e barbarie, è di destra, anche se si proclama di sinistra. In altre parole, o la sinistra vince la battaglia per la pace, o non avrà un’occasione di farsi valere, perché il mondo salterà in aria.”
L’antimilitarismo e l’internazionalismo sostenuti da Cassola sono ancora, purtroppo, una lotta attuale e saranno ancora di più la lotta di domani. Per questo, credo che sia giusto che noi, disarmisti “esigenti”, obiettori alle spese militari, amiche ed amici della nonviolenza, si ricordi Carlo Cassola come l’antimilitarista difensore della vita, il cantore dell’esistenza comune, il compagno generoso con il quale siamo orgogliosi di aver fatto un pezzo di strada insieme.
Alfonso Navarra

I conti in tasca: tra Dio e Mammona

Autore: liberospirito 17 Mar 2017, Commenti disabilitati su I conti in tasca: tra Dio e Mammona

IL CARDINALE AGOSTINO CASAROLI CON BETTINO CRAXI ALLA FIRMA DELL' ACCORDO DI REVISIONE DEL CONCORDATO D' ITALIA (Umberto Roazzi / Giacominofoto, ROMA - 1984-02-18) p.s. la foto e' utilizzabile nel rispetto del contesto in cui e' stata scattata, e senza intento diffamatorio del decoro delle persone rappresentate

«Non potete servire Dio e Mammona»

(Mt 6,24; Lc 16,13)

Il sistema di sostentamento del clero attualmente in funzione è quello scaturito dagli accordi firmati nel 1984 dall’allora premier Bettino Craxi (poi coinvolto nell’inchiesta “Mani Pulite”) e dal cardinale Agostino Casaroli, segretario di Stato vaticano. Ora, i dati attualmente a disposizione mostrano come la Chiesa italiana veda assottigliarsi sempre di più i suoi introiti. Le offerte fiscalmente deducibili finalizzate direttamente al sostentamento del clero sono in netta caduta: oltre un terzo in meno in dieci anni, passando dai 18 milioni del 2005 agli 11 del 2014. Osserva amareggiato monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Cei: “Sono diminuite progressivamente sia la somma complessiva raccolta, sia il numero delle offerte sia il valore medio”.

Come è noto, le offerte deducibili  (fino a duemila euro) dall’Irpef vanno ad aggiungersi alla quota dell’otto per mille dello stesso gettito destinata alla Chiesa. Ma sono parimenti negativi anche i dati relativi all’8 per mille il cui andamento, partito nel 1990 con il 76 per cento,  è stato in salita dal 2005, quando superò l’89 per cento delle firme, per poi cominciare a scendere fino all’81 per cento del 2013. Segni dei tempi, anche questi. Detto ciò, seppure in calo, la somma relativa all’otto per mille assegnata alla Chiesa Cattolica per il 2016 non è uno scherzo, risulta pari a un miliardo e diciotto milioni  di euro.

Su tutte questi problemi l’UAAR (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti) ha deciso di dar vita alla piattaforma I costi della Chiesa (http://www.icostidellachiesa.it): l’obiettivo è di presentare una stima di massima che sia la più attendibile e accurata possibile, citando le fonti e utilizzando metodologie trasparenti. L’UAAR parte dall’assunto che tutte le religioni dovrebbero essere sostenute da chi le professa. Ciò non accade perchè Italia ci sono un numero considerevole di leggi e normative emanate in favore delle comunità di fede. Nessuno è al corrente dell’entità dei fondi pubblici e delle esenzioni di cui, annualmente, beneficia la religione che ne gode incomparabilmente più delle altre, cioè la Chiesa cattolica. Pertanto l’impresa è improba. Altri negli anni passati ci hanno provato: Piergiorgio Odifreddi (in Perché non possiamo essere cristiani, del 2007) l’ha stimata in 9 miliardi di euro l’anno, Curzio Maltese (ne: La questua, del 2008) in 4,5 miliardi. Secondo l’UAAR la stima aggiornata dei costi annui della Chiesa cattolica è di € 6.448.569.808. Serve forse un commento?

 

Non una di meno e la nostra rivoluzione

Autore: liberospirito 11 Mar 2017, Commenti disabilitati su Non una di meno e la nostra rivoluzione

Sempre a proposito dell’8 marzo. Trascorsa la giornata di sciopero proponiamo un intervento di Lea Melandri, esponente storica del femminismo italiano, in cui vengono individuati alcuni temi portanti che attraversa l’attuale movimento delle donne (autodeterminazione sessuale e riproduttiva; partire da sé come pratica politica; lotta al femminicidio, al sessismo, al razzismo e all’omofobia). Su tutti questi punti pesa il rapporto tra sessualità e politica, tra capitalismo e patriarcato. Sono argomenti centrali anche per questo blog, per gli uomini e le donne che lo animano, in cerca di una prospettiva post-patriarcale in grado di toccare tutti i piani, fra cui anche quello religioso.  

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Nel corso del mio lungo impegno nel movimento delle donne ho visto molte manifestazioni di piazza, le ho attese a lungo, vi ho preso parte con entusiasmo e ho sperato ogni volta che potessero avere continuità. Di quella che sta per invadere le città, da noi come in altri paesi del mondo – Non Una di Meno – dirò che cosa ha di particolare rispetto alle precedenti, e perché la considero una ripresa della rivoluzione culturale, o di quel salto della coscienza storica, che è stato il femminismo degli anni Settanta.

Allora come oggi si è trattato di un movimento internazionale: una generazione giovane che compariva, “soggetto imprevisto” sulla scena pubblica, abbandonando la “questione femminile” – lo svantaggio delle donne, la loro cittadinanza incompiuta, ecc. – per un’analisi del rapporto di potere tra i sessi, le problematiche del corpo, sessualità,maternità, aborto, considerate “non politiche”, per interrogare l’ordine esistente nella sua complessità. Negli slogan “il personale è politico”, “modificazione di sé e del mondo”, c’era la sfida, la protesta estrema di una inedita cultura femminista che – come scrisse Rossana Rossanda – si poneva «come antagonista, negatrice della cultura altra»: «Non la completa, la mette in causa».

Le esigenze radicali, che allora si rivelarono impossibili per ostacoli esterni e interni al femminismo stesso, ricompaiono oggi, come spesso accade, in una situazione mutata e nel protagonismo di una generazione che, a differenza della nostra, non è “contro” le donne che l’hanno preceduta e in qualche modo fatta crescere.

Nei report usciti dalle affollatissime assemblee bolognesi del 4/5 febbraio, il richiamo al femminismo, alle sue pratiche e all’autonomia con cui ha dato vita ad associazioni, consultori, centri antiviolenza, interventi formativi nelle scuole, è ricorrente. Sia per quanto riguarda i media e la necessità di un «osservatorio indipendente», sia in riferimento ai consultori autogestiti nati nella prima metà degli anni Settanta per iniziativa dei gruppi di Medicina della donne e poi istituzionalizzati nel 1975. Con il timore che la stessa sorte possa toccare ai centri antiviolenza: «…i consultori devono tornare a essere aperti e accoglienti, liberi e gratuiti, diffusi nel territorio… Vogliamo vivere i consultori come luoghi di aggregazione e centri culturali (…) capaci di accogliere e riconoscere le molteplici identità di genere che un individuo può sperimentare …».

Data la giovane età, della storia del femminismo le nuove generazioni conoscono poco, ma sanno che da quella radice vengono le loro consapevolezze, la libertà e la forza collettiva che le ha fatte incontrare in tante e così inaspettatamente.

Benché partito sull’onda di una rivoluzione che avrebbe dovuto investire il patriarcato e il capitalismo, liberare dai modelli interiorizzati del maschile e del femminile, sovvertire la divisione sessuale del lavoro, la politica separata, nel momento della sua diffusione il femminismo si è fatto quasi fatalmente, data l’ampiezza dei suoi temi, frammentario. Le manifestazioni che si sono succedute nel tempo hanno sempre avuto un tema specifico – la legge 194, la violenza domestica, ecc.

Lo Sciopero internazionale delle donne dell’8 marzo 2017 in Italia sembra averne ricomposto tutte le anime, in una visione di insieme che va dall’autodeterminazione sessuale e riproduttiva alla precarietà del lavoro, dal partire da sé come pratica di presa di coscienza ai problemi riguardanti le migrazioni, dal femminicidio alla violenza maschile vista come “fenomeno culturale”, dal sessismo al razzismo, all’omofobia. La ricerca dei nessi tra sessualità e politica, tra patriarcato e capitalismo, che già compariva nei volantini degli anni Settanta, ma che era sembrata a lungo come l’Araba fenice, negli “8 punti” con cui da Bologna è partita la decisione di riscrivere il “Patto straordinario contro la violenza sessuale e di genere”, ha trovato per la prima volta concretezza e radicalità nel tenere insieme obiettivi e lavoro sulle vite singole.

La violenza maschile nelle sue forme più selvagge e criminali si può dire che ha fatto da catalizzatore nel collegare i molteplici aspetti di un dominio che attraversa le vicende più intime così come i poteri e i linguaggi delle istituzioni pubbliche, e che paradossalmente proprio negli interni delle case, dove si intrecciano perversamente amore e violenza, rivela la sua «normalità».

Se le donne sono state per secoli un corpo a disposizione di altri, l’8 marzo – come si legge nel documento Ni Una Menos delle donne argentine, da cui è partito il Paro Internacional De Mujeres, sarà il primo giorno della loro «nuova vita» e il 2017 «il tempo della nostra rivoluzione».

Lea Melandri

Per un femminismo del 99%

Autore: liberospirito 22 Feb 2017, Commenti disabilitati su Per un femminismo del 99%

“Aspettando l’8 marzo”, così potremmo sottotitolare l’intervento di un gruppo di femministe (fra cui ricordiamo Angela Davis). Il titolo originale del testo allude al «noi siamo il 99 per cento», che è stato uno degli slogan di Occupy Wall Street. Come dire: dell’esperienza dei movimenti ciò che non è morto sa riemergere, al momento opportuno, e farsi sentire. Abbiamo ricavato il testo da http://www.controlacrisi.org.

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Le immense manifestazioni di donne del 21 Gennaio possono rappresentare l’inizio di una nuova ondata di lotte femministe militanti. Ma quale sarà esattamente il loro obiettivo? Dal nostro punto di vista, non è sufficiente opporsi a Trump e alle sue politiche aggressivamente misogine, omofobiche, transfobiche e razziste; bisogna anche rispondere agli attacchi del neoliberismo progressista allo stato sociale e ai diritti del lavoro. Mentre la misoginia spudorata di Trump ha rappresentato la miccia per la risposta massiccia del 21 Gennaio, l’attacco alle donne (e a tutti i lavoratori) è di gran lunga precedente alla sua amministrazione. Le condizioni di vita delle donne, specialmente quelle delle donne di colore e lavoratrici, disoccupate e migranti, sono state costantemente deteriorate negli ultimi 30 anni, a causa della finanziarizzazione e della globalizzazione capitalista. Il femminismo del “farsi avanti” e le altre varianti del femminismo della donna in carriera hanno abbandonato al loro destino la stragrande maggioranza di noi, che non ha accesso all’autopromozione e all’avanzamento individuale e le cui condizioni di vita possono essere migliorate solo attraverso politiche che difendono la riproduzione sociale, la giustizia riproduttiva e la garanzia dei diritti sul lavoro. La nuova ondata di mobilitazione delle donne deve affrontare tutti questi aspetti in maniera frontale. Deve essere un femminismo del 99%.
Il tipo di femminismo che vogliamo sta già emergendo a livello internazionale, nelle lotte di tutto il mondo: dallo sciopero delle donne in Polonia contro l’abolizione dell’aborto allo sciopero e alle marce in America Latina contro la violenza maschile; dalla grande manifestazione di donne dello scorso Novembre in Italia alle proteste in difesa dei diritti riproduttivi in Sud Corea e Irlanda. L’aspetto sorprendente di queste mobilitazioni è che molte di esse hanno unito la lotta contro la violenza all’opposizione alla precarizzazione del lavoro e alla disparità salariale, e allo stesso tempo si oppongono anche all’omofobia, alla transfobia e alle politiche xenofobiche sull’immigrazione. Nel loro insieme annunciano un nuovo movimento femminista internazionale con un’agenda inclusiva – allo stesso tempo antirazzista, anti-imperialista, anti-eterosessista, anti-neoliberista.
Vogliamo contribuire allo sviluppo di questo nuovo movimento femminista più inclusivo.
Come primo passo, proponiamo di sostenere la costruzione di uno sciopero internazionale contro la violenza maschile e in difesa dei diritti di riproduzione l’8 Marzo. Per questo, vogliamo unirci ai gruppi femministi che hanno convocato questo sciopero da circa 30 paesi in tutto il mondo. L’idea è di mobilitare donne, donne transgender e tutti coloro che le sostengono in un giorno di lotta internazionale – un giorno di sciopero, di manifestazioni, di blocchi di strade, ponti e piazze, di astensione dal lavoro domestico, di cura e sessuale, di boicottaggio, di proteste contro aziende e politici misogini, di scioperi nelle istituzioni educative. Queste azioni hanno lo scopo di rendere visibili i bisogni e le aspirazioni di coloro che sono state ignorate dal femminismo della donna in carriera: le lavoratrici nel mercato del lavoro formale, le donne che lavorano nella sfera della riproduzione sociale e della cura, le donne disoccupate e le donne precarie.
Nell’abbracciare un femminismo del 99%, prendiamo ispirazione dalla coalizione Argentina Ni Una Menos. La violenza sulle donne, come loro la definiscono, ha molte facce: è violenza domestica ma anche violenza del mercato, del debito, dei rapporti di proprietà capitalistici, e dello stato; la violenza delle politiche discriminatorie contro donne lesbiche, trans e queer, la violenza dello Stato nella criminalizzazione dei movimenti migratori, la violenza delle incarcerazioni di massa e la violenza istituzionale contro i corpi delle donne attraverso la criminalizzazione dell’aborto e l’assenza di accesso a sanità e aborto gratuiti. La loro prospettiva ispira la nostra determinazione a opporci agli attacchi istituzionali, politici, culturali e economici contro le donne musulmane e migranti, contro le donne di colore e le donne lavoratrici e disoccupate, contro le donne lesbiche, trans e queer.
Le marce delle donne del 21 Gennaio hanno mostrato che anche negli Stati Uniti potremmo assistere alla nascita di nuovo movimento femminista. È importante non perdere questo slancio. Uniamoci insieme l’8 Marzo per scioperare, manifestare e protestare. Usiamo l’occasione di questa giornata internazionale per farla finita con il femminismo della donna in carriera e per costruire al suo posto un femminismo del 99%, un femminismo dal basso e anticapitalista – un femminismo in solidarietà con le donne lavoratrici, le loro famiglie e i loro alleati in tutto il mondo.

Cinzia Arruzza
Tithi Bhattacharya
Angela Davis
Nancy Fraser
Keeanga-Yamahtta Taylor
Linda Martín Alcoff
Rasmea Yousef Odeh

Senza capacità di amare e di ribellarsi

Autore: liberospirito 17 Feb 2017, Commenti disabilitati su Senza capacità di amare e di ribellarsi

Quanto segue è un (lungo) intervento di Andre Vltchek (noi lo abbiamo recuperato da http://comune-info.net) nel quale viene compiuta un’appassionata quanto impietosa analisi dell’anima del mondo occidentale e del dolore che l’attraversa. Il tutto non per piangersi addosso, ma per trovare il filo che ci conduca fuori dal labirinto in cui ci troviamo intrappolati. Andre Vltchek è un giornalista e scrittore naturalizzato statunitense che ha vissuto in Asia, Sud America e Oceania.

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Malgrado certi  ostacoli economici e sociali, l’Europa occidentale sta andando bene. Cioè, se misuriamo il successo dall’abilità di controllare il mondo, di condizionare il cervello degli esseri umani in tutti i continenti e di schiacciare quasi tutta la discesa sostanziale, in patria e all’estero. Ciò che è quasi interamente scomparso dalla vita, almeno in luoghi come New York, Londra o Parigi, è la semplice gioia umana che è così ovvia ed evidente quando esiste. Paradossalmente. Proprio nei centri di potere, la maggior parte delle persone sembra vivere una vita nervosa, insoddisfatta, quasi spaventata.

Tutto questo in qualche modo non sembra giusto. I cittadini della parte vincente del mondo, del regime vittorioso non dovrebbero almeno fiduciosi e ottimisti?

Naturalmente ci sono molte ragioni per cui  non lo sono, e alcuni dei miei colleghi hanno già delineato in dettaglio e con un linguaggio colorito, almeno le cause principali della depressione e dell’insoddisfazione di vivere, che stanno letteralmente divorando vivi quelle centinaia di milioni di cittadini europei e del Nord America.

La situazione è per lo più analizzata dal punto di vista socioeconomico. Comunque, penso che le cause più importanti dell’attuale stato di cose siano molto più semplici: l’Occidente e le sue colonie hanno quasi interamente distrutto gli istinti umani più essenziali: la capacità delle persone  di sognare, di sentirsi entusiaste delle cose, di ribellarsi e di ‘coinvolgersi’.

Cosa hanno imparato i movimenti occidentali dal Sud del mondo? La risolutezza, l’ottimismo, l’ingenuità se ne sono andate quasi completamente. Queste sono, però, le qualità che di solito facevano progredire la razza umana!

Malgrado quello che ora si percepisce comunemente in Occidente, non era la ‘conoscenza’ e certamente non la scienza che erano dietro i più grossi balzi in avanti realizzati dalla civiltà. È stato sempre un umanesimo profondo e istintivo, accompagnato dalla fede (qui non parlo di una qualche fede religiosa), e da una grande dedizione e lealtà alla causa. Senza ingenuità, senza innocenza, non si sarebbe mai potuto ottenere nulla di grande.

C’è stata sempre la scienza che è stata importante per migliorare molti aspetti pratici della vita umana, ma che non è mai stata il motore principale che ha spinto una nazione verso una società giusta, equilibrata e ‘vivibile’. Quando era impiegata da un sistema illuminato, la scienza aveva svolto un ruolo importante nel costruire un mondo molto migliore, ma non è mai successo il contrario.

Il progresso è stato sempre innescato e alimentato dalle emozioni umane, da sogni apparentemente irraggiungibili, dalla poesia e da una vasta ampia gamma di passioni ardenti. I concetti più belli per il miglioramento della civiltà spesso non erano neanche logici; nascevano semplicemente da istinti umani belli, da intuizioni e desideri (la logica venne applicata più tardi, quando i dettagli pratici si sono dovuti definire con precisione).

Ora, la ‘conoscenza’,  la razionalità e la ‘logica’, almeno in Occidente, stanno spingendo i sentimenti umani in un angolo. La ‘logica’ sta perfino sostituendo le religioni tradizionali. L’ossessione dei ‘fatti’, di capire ogni cosa, sta realmente diventando assurdamente estrema, dogmatica, perfino fondamentalista. Tutta questa fanatica raccolta di fatti spesso sembra irreale, ‘metallica’, fredda e, per coloro che vengono da ‘fuori’ (in senso geografico o intellettuale), sembra estremamente innaturale.

Non dimentichiamo che i ‘fatti’ consumati dalle masse e anche dagli occidentali relativamente istruiti, generalmente provengono da identiche fonti. Viene usato il medesimo tipo di logica e vengono applicati vari strumenti di analisi indistinguibili.

Consumare una quantità eccessiva di notizie, fatti e ‘analisi’, di solito non porta a comprendere nulla in profondità, o a pensieri realmente critici; succede, invece, il proprio contrario: uccide effettivamente la propria capacità di esaminare concetti totalmente nuovi, e specialmente di ribellarsi a cliché e stereotipi intellettuali. Non ci si deve meravigliare che gli europei e i nordamericani della classe media siano tra le persone più conformiste della terra!

Raccogliere montagne di dati e di ‘informazioni’, nella maggior parte dei casi non porta assolutamente da nessuna parte. Per milioni di persone, diventa soltanto un hobby, come qualunque altro, compresi i videogiochi e la Play Station. Tiene la persona ‘con il controllo di tutto’,  in modo che lui o lei possa fare buona impressione sui conoscenti, o semplicemente soddisfare la necessità nevrotica di consumare costantemente delle notizie.

A peggiorare le cose, la maggio parte degli occidentali (e di quasi tutti gli stranieri occidentalizzati), sono costantemente rinchiusi in una rete complessa di ‘informazione’ e di percezioni con i membri delle loro famiglie, e anche con i loro amici e colleghi di lavoro. C’è una costante pressione a conformarsi, e allo stesso tempo uno spazio estremamente piccolo e quasi nessuna ricompensa per il reale coraggio o originalità intellettuale.

I regimi sono già riusciti, in grande misura, a standardizzare la ‘conoscenza’, specialmente usando la cultura popolare e indottrinando le persone, tramite le loro istituzioni ‘educative’. In realtà le persone si stanno rinchiudendo volontariamente per anni nelle scuole e nelle università, sprecando il loro tempo, pagando con il loro denaro, perfino indebitandosi, soltanto per rendere più facile al regime indottrinarli e trasformarli in ubbidienti sudditi dell’Impero!

Già da decenni il sistema ha prodotto con successo intere generazioni di individui emotivamente morti e confusi. Queste persone sono così danneggiate che non possono più lottare per nessuna cosa (tranne, talvolta, per i loro interessi personali ed egoistici); non possono prendere posizione, e non possono neanche riconoscere i loro obiettivi e desideri. Cercano costantemente (e non riescono) a ‘trovare qualcosa di significativo’ e di ‘appagante’ che potrebbero fare nella vita. Si tratta sempre  di loro che cercano qualcosa, non di unirsi a lotte significative o a inventarsi qualcosa di davvero molto nuovo per amore dell’umanità! Continuano a ‘tornare a scuola’, continuano a piangere per le ‘occasioni perdute’ perché non hanno studiato ciò che pensano avrebbero dovuto realmente studiare’ (indipendentemente da ciò che realmente studiano o fanno nella vita, per lo più si sentono, comunque, insoddisfatti).

Hanno continuamente paura di essere rifiutati, sono atterriti all’idea che venga scoperta la loro ignoranza o incapacità di fare qualcosa di realmente significativo (in realtà molti di loro percepiscono quanto è  vuota la loro vita).

Sono infelici, alcuni completamente miserandi, e perfino con tendenze suicide. La loro disperazione, tuttavia, non li spinge all’azione. La maggior parte di loro non si ribella mai; non combattono mai realmente il regime, non contestano mai il loro ambiente vicino. Queste centinaia di persone deboli  e pigre (alcune di loro niente affatto stupide), sono una terribile perdita per il mondo. Invece di erigere barricate, di scrivere romanzi pieni di indignazione o di deridere apertamente tutta questa farsa occidentale, per lo più soffrono in silenzio, e alcuni soggiacciono all’abuso di sostanze tossiche o meditano il suicidio.

Se arriva realmente l’occasione di cambiare completamente la loro vita, non sanno più riconoscerla, non sanno afferrarla perché non sanno combattere; sono stati ‘pacificati’ fin dalla giovane età, fin dai primi anni di scuola. Quello è esattamente il posto dove il regime vuole che stiano i suoi cittadini e dove li tiene. Sorprendentemente, quasi nessuno chiama tutto questo incubo con il suo vero nome: un crimine mostruoso!

Le persone comprano i libri per capire tutto questo, ma a malapena riescono a leggerli fino alla fine. Sono troppo preoccupati, mancano di concentrazione e di determinazione. E la maggior parte dei libri disponibili nelle librerie, non forniscono, comunque alcuna risposta significativa.

Molti, tuttavia, ci stanno provando; analizzano e analizzano, senza uno scopo. ‘Non capiscono e non vogliono sapere’. Non si rendono conto che questa strada di pensare costantemente, allo stesso tempo applicando certi strumenti di analisi prescritti, è un’enorme trappola. In realtà non c’è molto da capire. Le persone sono state davvero derubate della vita, derubate dei loro naturali sentimenti umani, della passione, del calore umano, perfino dell’amore stesso (quello che chiamano ‘amore’ è spesso un surrogato e nulla di più). Di tutto questo non si parla più neanche nei libri di narrativa, almeno che non leggiate il russo o lo spagnolo. Il successo che ha l’Impero di produrre essere obbedienti, spaventati e privi di immaginazione, è ora completo!

Le grosse aziende stanno prosperando; le élite stanno radunando un enorme bottino, mentre la grande maggioranza delle persone in Occidente sta gradualmente perdendo la propria capacità di sognare e di percepire. Senza queste precondizioni, nessuna ribellione è possibile. La mancanza di immaginazione, accompagnata dal torpore emotivo, è la formula più efficace per avere la stagnazione e anche la regressione. Questo è il motivo per cui l’Occidente è finito.

La grottesca ossessione per la scienza, per la prassi medica, e per i ‘fatti’ sta contribuendo a deviare l’attenzione dal reale orribile argomento. I costanti dibattiti, le analisi, e ‘guardare le cose da angoli diversi’, non porta ad altro che alla passività. Agire fa, però, troppa paura e le persone non sono abituate a prendere decisioni  drammatiche e neanche a fare gesti drammatici. Anche questo ci porta al fatto che quasi nessuno in Occidente è ora pronto a riunirsi sotto qualche bandiera ideologica, o di abbracciare con convinzione quelle che vengono definite, in maniera dispregiativa, ‘etichette’.

Per millenni la gente è affluita istintivamente in vari movimenti, partiti politici e gruppi. Non si è mai ottenuto alcun cambiamento significativo da un singolo individuo (anche se un leader forte a capo di un movimento, di un partito o anche del governo, potrebbe sicuramente ottenere molto).

Essere parte di qualcosa di importante e di rivoluzionario spesso simboleggiava un vero significato della vita. Le persone erano (e in molte parti del mondo lo sono ancora) completamente impegnate, dedicate alle lotte importanti ed eroiche. Cercare di costruire un mondo migliore, lottare per un mondo migliore e perfino morire per questo, era spesso considerata la cosa più magnifica che un essere umano potesse ottenere nella sua vita. In Occidente questo approccio è morto, totalmente distrutto. In Occidente regna il cinismo. Si deve contestare ogni cosa, non aver fiducia in nulla e non impegnarsi in nulla.

Ci si aspetta che non abbiate fiducia in nessun governo. Si dovrebbe deridere chiunque creda in qualcosa, specialmente se quel qualcosa è puro e nobile. Ci si deve semplicemente trascinare attraverso la sporcizia per attuare qualsiasi tentativo grandioso di migliorare il mondo, sia che avvenga in Ecuador, nelle Filippine, in Cina, in Russia o in Sudafrica.

Mostrare dei sentimenti forti per un certo leader, un certo partito politico o il governo, in un paese che è ancora capace di un po’ di fuoco e di passione, viene accolto con sarcasmo canzonatorio in luoghi come Londra o New York. “Siamo tutti ladri, e tutti gli esseri umani e perciò i governi, sono simili”, suggerisce la ‘saggezza’ letale e tossica. Che bello, davvero! Che bella strada da percorrere.

Sì, naturalmente: se si trascorressero ore ed ore analizzando qualche leader o movimento impetuoso, per esempio in America Latina, per lo meno un po’ di ‘sporco’ verrebbe sempre fuori, dato che nessun luogo e nessun gruppo di persone è perfetto. Questo fornisce agi occidentali un grosso alibi per non impegnarsi in nulla. Questo è il modo in cui è designato. ‘Rinunciate alla speranza di un mondo perfetto, dite che semplicemente non siete più in grado di credere a niente, e andate a far ondeggiare il sedere in qualche club di Londra o di New York’. Poi tornate a scuola o procuratevi qualche lavoro insignificante. Oppure “sballatevi”.

In realtà è molto più facile che lavorare molto duramente per salvare il mondo o il vostro paese! È molto più facile che rischiare la vita e combattere per la giustizia. È più facile che pensare davvero, che cercare di inventare qualcosa di totalmente nuovo, per questo nostro pianeta  amato e pieno di cicatrici!

Una vecchia ballata russa dice: “È così difficile amare…ma è così facile abbandonare…”. E la rivoluzione, i movimenti, le lotte e anche i governi che appoggiamo con tutto il cuore, sono, in grande misura molto simili all’amore.

L’amore non può mai essere pienamente esaminato, pienamente analizzato o non è vero amore. Non c’è e non dovrebbe esserci nulla di logico o di razionale al riguardo. Soltanto quando sta finendo, si comincia ad analizzare, mentre si  cercano scuse per sbattere la porta. Ma fino a quando esiste, vivo, caldo e pulsante, sarebbe brutale e irrispettoso, applicare la ‘oggettività’ riguardo all’altra persona, in un modo che sarebbe un tradimento. Soltanto i “nuovi occidentali” possono impegnarsi in una farsa del genere, analizzando l’amore, scrivendo delle ‘guide’ su come trattare i sentimenti umani, su come massimizzare i profitti dei loro investimenti emotivi!

Un uomo che ama una donna come potrebbe stare semplicemente seduto su un divano e analizzare: “La amo, ma forse dovrei pensarci due volte, perché il suo naso è troppo grosso e il suo sedere troppo grande?” E assolutamente una sciocchezza! Una donna che è amata, veramente amata, è l’essere più bello della terra. E anche la lotta! Altrimenti, senza una vera dedizione e determinazione, nulla cambierà mai, non migliorerà mai.

Non dimentichiamo, però, che l’Impero non vuole che qualcosa cambi. Questo è il motivo per cui sta diffondendo cinismo e nichilismo. Questo è il motivo per cui sta sporcando tutto ciò che è puro e naturale, impiantando allo stesso tempo bizzarri ‘modelli di perfezione’, in modo che le persone facciano sempre paragoni, esprimano sempre giudizi, abbiano sempre dubbi, non si sentano mai soddisfatte, e, come conseguenza, si astengano da tutti i coinvolgimenti seri.

L’impero vuole che la gente pensi, ma che lo faccia nel modo che esso programma per loro. Vuole che le persone analizzino, ma soltanto usando i suoi metodi. Vuole che le persone scartino e perfino rifiutino i loro istinti ed emozioni naturali. I risultati sono chiari: individualismo e centralità di sé, società confuse, spezzate, rapporti rovinati tra le persone, e totale disprezzo per aspirazioni più alte. Non si tratta soltanto dei partiti marxisti o rivoluzionari, sulle ribellioni o le lotte internazionaliste, anti-imperialiste.

Avete notato come sono diventate vacue, instabili la maggior parte delle relazioni inter-umane in Occidente? Nessuno vuole essere realmente ‘coinvolto’. Le persone si ‘testano’ a vicenda. Pensano costantemente, a malapena hanno dei sentimenti. Le forti passioni vengono disprezzate (le ‘esplosioni’ emotive sono considerate ‘indecenti’, perfino vergognose): adesso, improvvisamente ci si interessa di chi ‘si sente bene’, è sempre ‘calmo’, ma, paradossalmente, quasi nessuno in realtà si sente più bene o è calmo, questo “nuovo Occidente”.

Tutto questo, naturalmente, si è trasformato nell’esatto opposto di ciò che di solito era l’amore o una vera opera rivoluzionaria – nel campo della politica o dell’arte -, e proprio per ricordarvelo, di solito era il tumulto più bello, più folle, l’allontanamento più totale dalla tetra normalità. In Occidente, quasi nessuno potrebbe neanche più scrivere grande poesia. In Occidente non si creano più melodie inquietanti né liriche potenti. La vita è diventata improvvisamente vacua, prevedibile e programmata. Senza la capacità di amare appassionatamente, senza la capacità di donare, di sacrificare ogni cosa incondizionatamente, non ci si può aspettare di diventare un grande rivoluzionario.

Naturalmente, nell’Occidente senza passioni, ossessionato dal tipo di conoscenza che in qualche modo non riesce a illuminare, dato che ci sono le scienze applicate e che l’egocentrismo è profondamente radicato, non è rimasto  terreno fertile per le passioni potenti e perciò nessuna possibilità di una vera rivoluzione.

“Mi ribello, quindi esistiamo”, ha correttamente dichiarato Albert Camus. La ribellione collettiva culmina nella rivoluzione. Senza la rivoluzione o senza la costante aspirazione ad essa, non c’è vita. L’Occidente ha perduto la sua capacità di amare e di ribellarsi. Questo è il motivo per cui è finito!

C’è un bel detto: “Non si può mai capire la Russia con il cervello. Si può soltanto credere in essa”. Lo stesso vale per la Cina, il Giappone e per tanti altri paesi. Andare in Asia o in Russia e cominciare il viaggio cercando di ‘comprendere’ quei luoghi è semplicemente follia. Non c’è alcun motivo di farlo, e nessuna possibilità che si possa raggiungere in pochi mesi, o anche anni.

L’approccio nevrotico e davvero molto occidentale di cercare costantemente di capire ogni cosa con i proprio cervello, può realmente rovinare tutto in maniera irreversibile e proprio dall’inizio. Il modo migliore per cominciare a comprendere realmente l’Asia, è quello di assorbire, di essere guidati gentilmente da altri, di vedere, percepire, eliminando tutti i preconcetti e i cliché. La comprensione non arriva necessariamente con la logica. In realtà, quasi mai succede. Comporta sensi ed emozioni, e di solito arriva improvvisamente, inaspettatamente.

Anche la rivoluzione, di fatto le lotte più sacre e giuste – si preparano per lungo tempo e anche loro arrivano inaspettatamente e direttamente dal cuore.

Ogni volta che vado a New York, ma specialmente a Londra o a Parigi, e ogni volta che incontro quei ‘teorici di sinistra’, devo sorridere amaramente quando seguo le loro discussioni inutili ma lunghe, su qualche teoria che è totalmente separata dalla realtà e che riguarda quasi esclusivamente loro: sono trotzkisti e perché? O forse sono anarco-sindacalisti? O maoisti? Qualunque cosa siano, iniziano sempre sul divano o sullo sgabello di un bar, e lì finiscono, fino alla sera tardi.

Nel caso stiate proprio arrivando dal Venezuela o dalla Bolivia, dove le persone combattono le vere battaglie per la sopravvivenza della loro rivoluzione, è un’esperienza molto sconvolgente! La maggior parte di loro, sull’Altopiano, non ha mai sentito neanche parlare di Lev Trotsky o di anarco-sindacalismo. Quello che sanno è che sono in guerra, che combattono per tutti noi, per un mondo molto migliore e che hanno bisogno di appoggio immediato e concreto per la loro lotta: petizioni, dimostrazioni, denaro e strutture. Tutto quello che ottengono sono parole. Non ricevono nulla dall’Occidente, e mai lo riceveranno.

Il motivo è che non valgono abbastanza per i britannici e i francesi. Sono troppo ‘veri’, non ‘sufficientemente puri’. Commettono errori. Sono troppo umani, non sterili, e non ‘bene educati’. ‘Violano alcuni diritti, qui o là’. Sono troppo emotivi. Sono questo e quello, ma, certamente, ‘non potremmo sostenerli completamente’.

‘Scientificamente’, hanno torto. Se si passano dieci ore in un pub o in un salotto, discutendo di loro, si solleverebbero decisamente sufficienti questioni per togliere loro qualsiasi appoggio. La stessa cosa vale per i rivoluzionari e per i cambiamenti rivoluzionari nelle Filippine, e in tanti altri luoghi.

L’Occidente non è in grado di collegarsi a questo modo di pensare. Non vede l’assurdità nel proprio comportamento e nei propri atteggiamenti. Ha perduto il suo spirito; ha perduto il suo cuore, i suoi sentimenti dalla destra e ora perfino dalla sinistra. In cambio di che cosa? Del cervello? Ma non arriva nulla di significativo neanche da quell’area. Questo è il motivo per cui è finito!

Ora le persone non sono disposte a impegnarsi in qualcosa di reale; una qualche vera rivoluzione, movimento, governo, a meno che queste non siano come quelle donne che sembrano plastificate e tossiche che vediamo sulle riviste di moda patinate: perfette per gli uomini che hanno perduto tutta la loro immaginazione e individualità, ma del tutto noiose e prodotte in serie per noialtri.

Andre Vltchek

Il pensiero come coraggio della disperazione

Autore: liberospirito 11 Feb 2017, Commenti disabilitati su Il pensiero come coraggio della disperazione
Riportiamo ampi stralci di una conversazione con Giorgio Agamben a cura di Juliette Cerfe di Télérama.fr (qui l’originale); il testo è stata tradotto in italiano da Gianni Mula (qui la traduzione integrale). Si parla di religione, teologia, finanche di liturgia, indagate però in un modo inusuale. L’intervista risale a qualche anno fa, ma resta sempre valida, anzi il tempo trascorso l’ha resa ancor più attuale.
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La teologia svolge un ruolo molto importante nella sue riflessioni filosofiche. Come mai?
Le mie ricerche dimostrano che le società moderne pretendono di essere laiche ma non lo sono, perché sono governate da concetti teologici secolarizzati tanto più potenti quanto meno siamo consapevoli della loro origine. Non capiremo mai che cosa succede oggi se non ci renderemo conto che il capitalismo è, in realtà, una religione. Una religione, come diceva Walter Benjamin, che è la più feroce di tutte perché priva di misericordia e redenzione … Prendiamo la parola ‘fede’, di solito riservata alla sfera religiosa. Il termine greco corrispondente ad essa nei Vangeli è pistis. Un giorno, passeggiando per una via di Atene, uno storico delle religioni che cercava di capire il significato di questa parola, si rese improvvisamente conto di un cartello che diceva «Trapeza tes písteos». Andò fino ad esso, e si rese conto che si trattava di una banca: Trapeza tes písteos significa: ‘banca di credito’. È stata un’illuminazione.
In che senso?
Pistis, la fede, è il credito che abbiamo con Dio e che la parola di Dio ha con noi. Ma credito è anche ciò attorno a cui ruota quella parte importante della nostra società che riguarda il denaro, del quale la Banca è il tempio. Com’è noto, il denaro non è altro che un credito: sulle banconote in dollari e sterline (ma non sull’euro: il che avrebbe dovuto far sollevare qualche sopracciglio …), si può ancora leggere che la banca centrale pagherà al portatore l’equivalente di quel credito. La crisi è stata scatenata da una serie di operazioni con crediti che sono stati rivenduti decine di volte prima di poter essere realizzati. Attraverso il governo del credito la Banca ha preso il posto della Chiesa e dei suoi preti e manipola la fede e la fiducia dell’uomo. Oggi la politica è in ritirata perché il potere finanziario, sostituendosi alla religione, si è appropriato di ogni fede e di ogni speranza. Gli europei non possono sperare di capire il presente senza misurarsi col proprio passato. Ecco il perché delle mie ricerche sulla religione e sul diritto: il metodo archeologico mi sembra essere la strada migliore per arrivare al presente.
Che cosa è questo metodo archeologico?
Si tratta di una ricerca dell’archè, che in greco significa inizio e comandamento. Nella nostra tradizione, l’inizio è sia ciò che dà vita a qualcosa che il principio che ne governa la storia. Ma non si tratta di un inizio che può essere datato o comunque precisato cronologicamente, ma di una forza che continua ad agire nel presente, proprio come l’infanzia, secondo la psicoanalisi, determina l’attività mentale dell’adulto, o come il big bang, che secondo gli astrofisici ha dato vita all’Universo, continua ancora oggi l’espansione. L’esempio tipico di questo metodo sarebbe la trasformazione dell’animale nell’uomo (l’antropogenesi), un evento cioè che immaginiamo necessariamente avvenuto, ma che non ha esaurito la sua azione: l’uomo sta sempre imparando a diventare umano, e quindi anche a restare disumano, animale. La filosofia non è una disciplina accademica, ma una maniera di confrontarsi con questa trasformazione che non finisce mai di accadere e che è decisiva per l’umanità o per la disumanità dell’uomo: sono domande molto importanti, a mio avviso.
Mi pare che dai suoi lavori emerga una visione del divenire umano piuttosto pessimista.
Sono lieto di questa osservazione, perché in effetti sono spesso giudicato pessimista pur senza esserlo, almeno a livello personale. Pessimismo e ottimismo sono concetti che non hanno nulla a che fare col pensiero. Debord citava spesso una lettera di Marx che diceva: le condizioni disperate della società in cui vivo mi riempiono di speranza. Ogni pensiero radicale si mette sempre dal punto di vista della disperazione più estrema. Anche Simone Weil ha detto: Non mi piacciono coloro che scaldano il cuore con speranze vuote. Il pensiero, per me, è proprio questo: il coraggio della disperazione. E non è questo il massimo dell’ottimismo?
Secondo lei, essere contemporanei significa percepire l’oscurità, e non la luce, della propria epoca. Come possiamo capire quest’idea?
Essere contemporanei è rispondere alla domanda che viene posta dall’oscurità del tempo in cui si vive. Nell’universo in espansione lo spazio che ci separa dalle galassie più lontane cresce a una tale velocità che la loro luce non può mai raggiungerci. Percepire nell’oscurità del cielo questa luce che cerca di raggiungerci, ma non può – questo è essere contemporanei. Vivere il presente è per noi la cosa più difficile. Perché un’origine, ripeto, non si limita al passato: nel presente è un turbine, secondo l’immagine molto bella di Benjamin, un abisso. E nell’abisso siamo trascinati. Ecco perché si dice che il presente è il tempo che rimane non vissuto.
Chi è più contemporaneo, il poeta o il filosofo?
Non mi piace contrapporre poesia e filosofia perché entrambe queste esperienze avvengono all’interno del linguaggio. La verità abita nel linguaggio, e diffiderei di qualsiasi filosofo che lasci ad altri – filologi o poeti – il compito di prendersi cura di questa casa. Dobbiamo prenderci cura del linguaggio, e uno dei problemi fondamentali con i media è che non se ne curano. Anche il giornalista è responsabile del linguaggio che usa, e da quello sarà giudicato.
In che modo il suo recente lavoro sulla liturgia ci dà una chiave per capire il presente?
Analizzare la liturgia è toccare con mano un immenso cambiamento nel nostro modo di rappresentare l’esistenza delle cose. Nel mondo antico esistere era essere presente. Nella liturgia cristiana l’uomo è quello che deve essere e deve essere quello che è. Oggi invece giudichiamo la realtà di una cosa dai suoi effetti. Non concepiamo più un’esistenza priva di effetti, di conseguenze. Non è reale che ciò che ha effetti – ed è quindi efficace e governabile -. È compito della filosofia pensare una politica e un’etica libere dai concetti di dovere e di efficacia.
Ad esempio pensando l’in-operosità?
Insistere sul lavoro e sulla produzione è scegliere una strada sbagliata e nefasta. La sinistra si è smarrita quando ha adottato queste categorie che sono al centro del capitalismo. Ma dobbiamo precisare che l’in-operosità, per come io la intendo, non è né inerzia né pigrizia. Dobbiamo liberarci dal lavoro in un senso attivo – mi piace molto la parola francese désoeuvrer, in-operare. È un’attività che rende in-operanti tutte le funzioni sociali dell’economia, del diritto e della religione, liberandole così per altri possibili usi. Perché è proprio della natura umana scegliere di ignorare le funzioni sociali assegnate e ad esempio scrivere poesie ignorando la funzione comunicativa del linguaggio, o parlare o baciare, ignorando che la bocca serve prima di tutto per mangiare. Nell’Etica a Nicomaco Aristotele si chiede se ci sia un compito proprio dell’uomo. Il lavoro del flautista è quello di suonare il flauto, e quello del ciabattino è fare le scarpe, ma c’è un opera dell’uomo in quanto tale? Avanza poi l’ipotesi, ma l’abbandona ben presto, secondo la quale l’uomo è nato senza alcun compito pre-definito. Tuttavia questa ipotesi ci porta al cuore di ciò che significa essere umani. L’uomo è l’animale in-operoso, che non ha un compito biologico assegnato, o una funzione chiaramente prescritta. Solo un essere che può fare può scegliere di non fare. L’uomo può fare di tutto, ma non c’è niente che sia obbligato a fare.

Per riscoprire l’incanto dell’universo

Autore: liberospirito 4 Feb 2017, Commenti disabilitati su Per riscoprire l’incanto dell’universo

Proponiamo la presentazione di Claudia Fanti del numero speciale di “Adista” in uscita (n.6/febbraio 2017) dal titolo Terra. Di ritorno dall’esilio. L’esilio di cui si parla è proprio dalla terra, la nostra casa comune. Per ogni info: http://www.adista.it

ecology

L’alca gigante era un uccello simile al pinguino, incapace di volare, con ali piccole e tozze, piume bianche sul torace e scure sul dorso e due macchie bianche sopra ogni occhio. A raccontarne la vicenda è Elizabeth Kolbert, che, nel suo magnifico libro La sesta estinzione. Una storia innaturale, riferisce come l’alca gigante, prima che cominciasse il suo «sterminio su larga scala», spaziasse, in milioni di esemplari, dalla Norvegia all’isola di Terranova e dall’Italia alla Florida, finché, essendo lenta a muoversi e dunque facilmente catturabile, non divenne la provvista ideale per i pescatori di merluzzo europei, impegnati, agli inizi del XVI secolo, in regolari spedizioni verso Terranova. Quindi, nei decenni successivi, le alche vennero utilizzate come esche per la pesca, come combustibile («Ci si porta dietro un bollitore – riferì un marinaio inglese di nome Aaron Thomas – e ci si mette dentro un pinguino o due, si accende un fuoco alla base e questo fuoco si alimenta completamente dei due disgraziati pinguini») e come imbottitura per i materassi («Se si è venuti fin qui per il loro piumaggio – raccontò ancora Thomas -, (…) basta afferrarne uno e strappare le piume migliori. Poi il povero pinguino viene lasciato libero, con la pelle seminuda e lacerata, a morire delle ferite riportate»). Non sorprende allora come, alla fine del ‘700, il numero degli uccelli fosse in rapido calo: il commercio delle piume era diventato così redditizio che gli uomini delle spedizioni trascorrevano l’intera estate «a far bollire gli animali e a strappare loro le piume». Sopravvissuta, negli anni ’30 del XIX secolo, solo su uno spuntone roccioso dell’isola di Eldey, in Islanda, l’alca gigante – evidenzia Kolbert – si trovò infine «ad affrontare una nuova minaccia: la sua stessa rarità», diventando ambita preda dei collezionisti. Fu proprio per ordine di questi che l’ultima coppia conosciuta venne uccisa, proprio sull’isola di Eldey, nel 1844.

Se l’estinzione dell’alca gigante può apparire drammatica, non è nulla, tuttavia, rispetto alle stragi che la specie autodenominatasi piuttosto arbitrariamente homo sapiens avrebbe realizzato da lì in avanti – il segno distintivo della nuova epoca geologica chiamata Antropocene, caratterizzata proprio dall’impatto senza precedenti dell’azione umana sull’ambiente terrestre –: oggi, come segnala Kolbert, «si stima che un terzo del totale dei coralli che costituiscono la barriera corallina, un terzo di tutti i molluschi di acqua dolce, un terzo degli squali e delle razze, un quarto di tutti i mammiferi, un quinto dei rettili e un sesto di tutti gli uccelli siano destinati a scomparire».

Risuona pertanto quanto mai opportuno il monito di papa Francesco nella Laudato si’: «Essendo stati creati dallo stesso Padre, noi tutti esseri dell’universo siamo uniti da legami invisibili e formiamo una sorta di famiglia universale, una comunione sublime che ci spinge a un rispetto sacro, amorevole e umile. Voglio ricordare che Dio ci ha unito tanto strettamente al mondo che ci circonda, che la desertificazione del suolo è come una malattia per ciascuno, e possiamo lamentare l’estinzione di una specie come fosse una mutilazione». E quanto sia grave, tale perdita, lo si capisce ancora meglio considerando il tempo impiegato dall’universo per generare la vita in tutte le sue meravigliose forme: un cammino iniziato 13,7 miliardi di anni fa, a partire da un minuscolo punto di trilioni di gradi di temperatura, che ha dato vita a un turbinio incessante di particelle, le quali, man mano che il neonato universo ha continuato a espandersi e a raffreddarsi, hanno iniziato a costituire legami stabili, progredendo in comunità sempre più complesse, fino a costituire le stelle e le galassie e i pianeti, tra cui il nostro splendente pianeta bianco-azzurro, grondante di vita e, secondo la teoria di Gaia, vivente esso stesso, come sistema complesso e autoregolato in grado di preservare i presupposti della vita e di produrne sempre nuova. Il tutto, secondo un movimento calibrato in maniera così perfetta che se, per esempio, il ritmo di espansione fosse stato più lento solo di un milionesimo dell’1%, l’universo sarebbe nuovamente collassato e, se fosse stato più veloce, appena – di nuovo – di un milionesimo dell’1%, non si sarebbe formata alcuna struttura in grado di produrre la vita. Una dinamica così sorprendentemente autoregolata, questa, da indurre il fisico Freeman Dyson a dichiarare che, quanto più esaminava i particolari dell’architettura cosmica, tanto più trovava prove «che l’universo, in un certo senso, doveva già sapere che saremmo arrivati». E se, come ha mostrato il Premio Nobel per la chimica Ilya Prigogine, l’evoluzione si realizza nello sforzo di creare ordine nel disordine – il caos, cioè, si rivela altamente generativo, trasformandosi in un fattore di costruzione di forme sempre più alte di ordine – è legittimo sperare che, malgrado tutte le crisi, tutte le traversie, tutte le devastazioni, l’universo vada auto-organizzandosi e autocreandosi in direzione di una sempre maggiore complessità, bellezza, profondità.

È a tale viaggio appassionante che abbiamo allora voluto dedicare questo numero speciale, il primo di una serie di 5 numeri dal titolo “Terra. Di ritorno dall’esilio: la riscoperta della nostra Casa comune”, promossa dalla nostra associazione, Officina Adista, e finanziata con il contributo dell’8 per mille della Chiesa valdese. Un cammino che percorriamo, in queste pagine, in compagnia di Leonardo Boff, Ilia Delio, José Arregi, Elizabeth Green e Federico Battistutta. Buona lettura e buon viaggio.

Claudia Fanti