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Libero spirito

Autore: liberospirito 14 Lug 2010, Commenti disabilitati su Libero spirito

libero spirito

Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va

L’espressione “spirito libero” la troviamo utilizzata per lo più in riferimento a persone di ampie vedute, insofferenti al conformismo e a forme di pensiero rigide. Ma l’espressione “libero spirito” non dice solo questo, indica qualcosa d’altro, allude a qualcosa di più.

Vi è innanzitutto un rimando storico ai fratelli del libero spirito, presenti nel basso medioevo in diverse aree europee, dalla Francia ai Paesi Bassi, dalla Boemia all’Italia; essi professavano tutti la presenza della Spirito santo che li pervadeva e li rendeva puri, secondo il detto di Paolo di Tarso “Tutto è puro per i puri” (Lettera a Tito 1,15) e, in tal senso, si ritenevano liberi da ogni autorità ecclesiastica. Non solo: quello che è interessante è che il libero spirito assunse la forma del movimento, non quello di una nuova Chiesa – con tanto di dogmi e gerarchie – da contrapporre a quella di Roma. A questo indirizzo, assai diversificato al suo interno, può essere collegato quello delle beghine e dei begardi (un nome fra i tanti: Margherita Porete), quello degli apostolici di fra Dolcino e Margherita di Trento, così come lo spirito di libertà annunciato da Bentivegna di Gubbio, o la corrente della libera intelligenza del XIV secolo, solo per ricordare, in modo frammentario e disordinato, alcuni dei nomi di questa indimenticabile esperienza.

Queste sono le parole con cui abbiamo aperto alcuni mesi or sono il sito www.liberospirito.org. Si tratta di un archivio e di una biblioteca on line da aggiornare costantemente, divisa per autori e tematiche, mettendo a disposizione materiali da consultare, leggere e scaricare. Ci siamo resi conto che mancava però uno spazio legato all’attualità: abbiamo preso allora la decisione di dare vita a un blog, in modo da avere l’opportunità di comunicare iniziative in corso (incontri, convegni, seminari), dibattere su questioni urgenti o contingenti, con l’intenzione di creare e mantenere un rapporto più stretto con chi – come noi – è interessato a riflettere intorno a quest’area di idee e  pratiche.

Il nostro desiderio è quello di riuscire a costruire un dialogo religioso vero, aperto, plurale, dove l’attributo ‘religioso’ possa realmente indicare, prima ancora di designare uno specifico settore d’indagine (l’ambito religioso, appunto), la religiosità inerente al dialogare stesso di noi esseri umani. Di questo si sente forte la mancanza oggi, di qui vogliamo partire.

Per ogni contatto: [email protected]

Riportiamo alcune dichiarazioni rilasciate da Alex Zanotelli nella puntata trasmessa venerdì 4 agosto di ‘In onda’, su La 7 (noi riprendiamo il testo da http://it.blastingnews.com).  L’intervista riguardava gli sviluppi di questi ultimi giorni circa gli sbarchi dei profughi e la campagna in corso contro le ONG. Ecco alcune parti salienti di ciò che è stato detto.

padre-alex-zanotelli

Sui migranti un giorno diranno di noi quello che noi diciamo dei nazisti e della Shoah 

Alex Zanotelli ha esordito dicendo: “Mi dispiace vedere che questo attacco alle ONG che si sta ripetendo in tutta Europa è funzionale a tutto un discorso che ha il sottofondo del razzismo. C’è tutto un sottofondo che sta emergendo e non ho problemi a dire che il razzismo sta crescendo. Questo fa chi si esprime mettendo sospetti sulle ONG, le quali invece tentano di fare un lavoro che gli Stati europei dovrebbero fare. In questo Mediterraneo ci sono seppellite più 50.000 persone. Penso che un giorno diranno di noi di quello che noi diciamo della Shoah e dei nazisti, perché abbiamo assistito a questo scempio incredibile. E’ ora che ci svegliamo e prendiamo un’iniziativa”.

Abbiamo costretto l’Africa ad accordi che porteranno ancora più fame: ci saranno altri 50 milioni di profughi

Poi Zanotelli ha proseguito, commentando una recente dichiarazione di Matteo Renzi: “A me è spiaciuto leggere che Renzi sia andato a prendere dalla Lega la frase ‘aiutiamolo a casa loro’. Ma magari li aiutassimo a casa loro, ma come può un governo come quello italiano dire questo dopo aver tagliato i fondi alla cooperazione, che è ai minimi termini. Non solo: facciamo una politica che è quella dei nostri affari, delle banche, dell’ENI e di Finmeccanica. Il problema è politico: noi come Italia ed Europa stiamo strozzando l’Africa con gli EPA (Economic Partnership Agreement), ovvero accordi forzati sull’Africa, che non li voleva, con i quali obbligheremo i paesi africani a togliere i dazi, mentre la nostra agricoltura è sovvenzionata da 50 miliardi di euro all’anno. Saremo capaci di svendere i nostri prodotti in Africa, ma gli africani non potranno competere e faranno la fame. Dopo ci sarà certamente molta più fame di prima. Io cito l’ONU e dico che entro il 2050 i 3/4 dell’Africa sarà non abitabile e l’ONU si aspetta 250 milioni di profughi climatici, di cui 50 milioni dalla sola Africa. Queste sono le prospettive che dobbiamo aspettarci. O il mondo diventa più solidale o saremo destinati a sbranarci vicendevolmente”.

Vogliono screditare le ONG, non possiamo fermare migranti consegnandoli a carnefici: è da criminali

“L’obiettivo è screditare le ONG e fa parte di un clima generale che c’è in Europa di chi non vuole accogliere i migranti, sono mesi e mesi che ciò sta accadendo. Eppure su 70 milioni di migranti nel mondo buona parte neanche viene da noi, l’86% resta nel sud del mondo. Dovremmo vergognarci. Un passaggio importante è quello libico: non abbiamo ancora imparato come Italia che dobbiamo starcene lontani dalla Libia? I libici ci odiano a morte, noi abbiamo sulla coscienza un colonialismo terribile, durante l’occupazione abbiamo fucilato e impiccato 100.000 libici, poi abbiamo fatto una guerra contro Gheddafi che doveva essere amico di Berlusconi. Ma davvero dobbiamo inviare navi adesso e pensare che possiamo fermare i migranti consegnandoli a dei carnefici? A me viene in mente la parola ‘criminali’. Dobbiamo solo vergognarci come europei e come italiani per quello che sta accadendo”.

L’Italia ha le sue responsabilità: sta vendendo armi a tutti

Infine Zanotelli ha precisato: “Il fatto che si salga su una nave e si controlli è normale, uno Stato fa il suo dovere, il problema non è quello. Ma dobbiamo difendere assolutamente la gente che muore in mare. E non illudiamoci che si fermeranno, perché continueranno ad arrivare da tutte le parti. Abbiamo dato 6 milioni di euro ad Erdogan per fermare 3 milioni di siriani, ma loro, finita la guerra, vorranno tornare nella loro patria: non è che scappano a cuor leggero. Ma perché noi come italiani non ci domandiamo quali sono le nostre responsabilità in queste guerre visto che stiamo vendendo le armi a tutti?”. Zanotelli ha poi concluso: “Io sono perplesso perché stanno cercando di screditare chi prova a dare una mano del Mediterraneo”.

Ricordando Aldo Capitini

Autore: liberospirito 4 Ago 2017, Comments (0)

Proprio ieri, in queste giornate calde  e afose, è apparso sul blog personale di Francesco Postorino (http://dioemorto.blogautore.espresso.repubblica.it), un breve articolo dedicato alla figura di Aldo Capitini, autore che continua ad essere ignorato dalle nostre parti. Nonostante tutto Capitini svolge ancora un ruolo centrale per chi desidera coniugare, in maniera radicale, religione e libertà.  Per questa ragione ci sembra giusto suggerire questa lettura. Per chi desiderasse poi approfondirne la conoscenza sul sito www.liberospirito.org c’è un’intera sezione a lui dedicata con diverso materiale da leggere e scaricare: http://www.liberospirito.org/Aldo%20Capitini.html

aldo_capitini

Sguardo innocente, corpo fragile. Era davanti a un bivio: iscriversi al Partito fascista, mantenendo un posto di lavoro invidiabile, oppure esprimere un bel No a Mussolini con la certezza di un ritorno alla povertà. Scelse la seconda via, ed è il mio eroe.

Non poteva essere altrimenti. Se alcuni suoi compagni si tenevano i loro ideali al sicuro, protetti dalla vigliaccheria, Aldo Capitini urlava a testa alta il suo antifascismo. Alla Normale di Pisa il suo maestro Giovanni Gentile non è riuscito a convertirlo. E come avrebbe potuto? Capitini amava l’uomo con tutte le sue forze, ma anche i lombrichi, i coccodrilli, le mosche, le farfalle, le piante, gli uccellini, i doni di Dio. Amava la speranza, l’idea che il male potesse essere cancellato per sempre dalla lavagna delle dittature. Un personaggio scomodo, buffo e solitario. La sua religione, contrastata dalla Chiesa ufficiale e dal cattolicesimo ipocrita, è il dolce richiamo all’umanità più profonda. C’è sempre un altro, più in là, da difendere. La democrazia, il liberalismo, il socialismo, il disegno illuminista, gli ordinamenti giuridici di ampio profilo, il ripudio cerimoniale della guerra, la stretta di mano nelle messe preconfezionate, la comoda preghiera, l’elemosina, i manifesti, tutto questo non è sufficiente. Serve «persuasione». Ecco un termine che fa battere i cuori agli uomini giusti.

Provo a interpretare così la sua idea: la persuasione è il primo mattino, il risveglio del fanciullo, lo stiracchiare del gattino dispettoso, il profumo della terra bagnata dopo la pioggia, i sorrisi infilati nel deserto, la fervida attenzione verso gli spazi anonimi, l’amore che non chiede, l’irregolarità che investe i fanatici del sublime, lacrime versate sul dolore, radicalità, pace dopo segrete battaglie, ascolto spontaneo, rispetto fino all’osso, pedagogia, il gesto di Rosa Parks.

La persuasione è un’arma preziosa contro i fascismi dai mille volti. L’arma di Capitini è la nonviolenza, un’espressione da scrivere e vivere come un’unica parola. Nonviolenza non significa «mi sto fermo mentre quel Tizio stupra mia figlia», ma è un grido silenzioso che racconta passo dopo passo, «aggiunta» dopo «aggiunta», una verità ambientata nell’eterno. Capitini non è pigro. Lui agisce e inventa la marcia della Pace Perugia-Assisi. Ricorda ai padroni della terra che la vera terra, quella del sovrasensibile, non ha padroni. Sfugge al banale, al mediocre, gioca a fare il Socrate perugino durante la notte fascista leggendo Gandhi e San Francesco. Scrive articoli, libri, indossa a modo suo l’abito azionista. Solo che non viene studiato molto. Sono altre le letture incoronate. Io, nel mio piccolo, ho scritto un volume dal titolo Croce e l’ansia di un’altra città, anche per mettere in luce l’ansia inconfondibile che assale un filosofo al servizio della verità.

La sua ansia, incompatibile con quella alimentata dall’odierno nichilista, è respiro, ingenuo entusiasmo, riscoperta del Vangelo, irruzione dell’incanto. L’ansia del postmoderno, invece, è spegnimento, glorificazione del fatto, adesione acritica alla prima offerta «funzionante», morte di dio. La sua vocazione vegetariana, inoltre, non ha niente a che vedere con l’esibizionismo osceno e conformista di chi non sente l’insieme o il circostante.

Capitini vuole tutto e subito. Non crede ai progetti di lungo periodo, a quel triste riformismo che intende affascinare a colpi di «necessità pragmatica». L’umanità va realizzata oggi. Basta con l’inganno. Capitini ci insegna a sperimentare l’onestà senza pause, a respingere il cinismo e soprattutto a lottare contro ogni germe fascista, in piazza o nella propria cameretta, nei sogni di primo mattino o nell’ora drammatica del presente.

Francesco Postorino

I monoteismi cambiano (il) sesso

Autore: liberospirito 31 Lug 2017, Comments (0)

Proponiamo la lettura di un intervento di Sara Hejazi (accademica, scrittrice, giornalista italo-iraniana) apparso di recente sul sito di “MicroMega”. Affronta la questione – quanto mai attuale – del rapporto tra comunità religiose e questioni di genere. Testo da leggere e discutere, pur non condividendolo in toto (in particolare laddove si parla della possibilità di riconciliazione con il monoteismo e con le religioni patriarcali).

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Nel mondo sembra cambiare l’approccio delle religioni nei confronti dell’omosessualità, con conseguenze rivoluzionarie: i monoteismi, ormai, non sono più intenti a dare regole sessuali e a definire i ruoli maschili e femminili, ma sono impegnati a definire, di volta in volta, il rapporto tra il fedele e le innovazioni tecnologiche, sociali, culturali e ambientali.

Negli Stati Uniti, secondo i dati statistici raccolti dal Pew Research Center nel giugno del 2017, gli ultimi quindici anni hanno visto un forte aumento del favore con cui l’opinione pubblica accoglie, immagina e pensa alle unioni tra persone dello stesso sesso. Questa apertura è stata indagata anche in base all’appartenenza religiosa degli intervistati. L’84% dei buddhisti era a favore delle unioni omosessuali, seguiti dal 77% degli ebrei, dal 68% degli hinduisti, dal 57% dei cristiani cattolici e dal 42% dei musulmani.

A New York, la MCCNY (Metropolitan Community Church of New York) è solo una delle tante comunità religiose LGBTQ, la cui chiesa, durante i sermoni delle domenica tenuti dal reverendo Edgar che si autodefinisce “queer”, è gremita di fedeli.

Questo significa che negli ultimi due decenni l’omofobia è – in genere e in certe aree del Nord America e dell’Europa – diminuita a favore di una maggiore accettazione delle differenze negli orientamenti sessuali. La tendenza si riflette anche nella sfera del religioso, dove le comunità confessionali di fedeli LGBTQ sono strutturate in modo da adempiere tutte le funzioni sociali tradizionalmente svolte dalla parrocchia di quartiere: si prega, si interpretano le scritture, si dona cibo, si accolgono i rifugiati, si dà una mano a chi perde il lavoro e infine si celebrano matrimoni omosessuali secondo il rito religioso della tradizione.

Ma cos’è una comunità religiosa LGBTQ?

E’ un gruppo di persone che frequenta una chiesa, un tempio o una sinagoga e – in minor misura una sala di preghiera islamica – non solo in base al proprio credo, ma anche al proprio orientamento sessuale. Sono due, insomma, le identità a cui si fa riferimento: quella sessuale e quella spirituale.

Il binomio “religione e omosessualità” un tempo costituito da due termini in opposizione, si sta insomma, trasformando in qualcosa di nuovo: si può essere LGBTQ e praticanti, anche rimanendo dentro ai monoteismi tradizionalmente omofobi, come il Cristianesimo, l’Ebraismo e persino – seppur in forma minore- l’Islam, perché le religioni, che non sono sistemi fissi, cambiano come cambiano le culture.

1. Confini che si spostano. Religioso e secolare, pubblico e privato, monoteista e LGBTQ.

Cosa determina questo cambiamento? Il fatto che né la monogamia, né l’eterosessualità sono oggi comportamenti rilevanti economicamente e culturalmente per i nostri sistemi sociali complessi, nonostante lo siano stati per circa tredicimila anni, dalla rivoluzione del Neolitico in poi.

Antropologicamente parlando, la nostra è una specie promiscua per natura e nella preistoria la promiscuità è servita a tenere insieme le orde di ominidi prima ancora che fosse sviluppato un vero e proprio pensiero religioso.

Dal Neolitico in poi, la cui grande innovazione fu la nascita della proprietà privata insieme all’agricoltura, divenne strategico anche organizzarsi per mantenere, trasmettere e regolare questa proprietà: così nacquero le norme sessuali e sociali che regolavano il sesso; si assegnarono le persone ai generi, si assegnò ai generi un ruolo e una gerarchia precisa (gli uomini furono posizionati generalmente più in alto rispetto alle donne), i gruppi furono stratificati in classi sociali (guerrieri, sacerdoti e re furono posizionati più in alto rispetto a contadini e schiavi), progressivamente prese forma l’idea di una gerarchia divina e infine di un unico Dio sopra tutti, cioè il monoteismo.

Questa idea rispondeva a una serie di necessità materiali e immateriali delle società umane in quella precisa fase evolutiva:

– Quella di trovare un senso trascendentale a un’esistenza limitata economicamente, temporalmente, geograficamente.

– Quella di giustificare con la promessa di giustizia nell’Aldilà e nel divino le ingiustizie subite in vita, e in particolare le differenze di classe sociale e di genere, imprescindibili per mantenere l’agricoltura e la proprietà privata.

– Quella di addomesticare una natura altrimenti caotica attraverso norme, regole, discipline che derivavano dal sapere religioso ma che servivano per rendere omogenee e unite le società, scongiurando i conflitti interni.
Questo spiega perché, pur nascendo in contesti dove i rapporti omosessuali erano ampiamente praticati, i tre monoteismi hanno posto l’accento sul divieto di unirsi carnalmente a persone dello stesso sesso: l’omo-erotismo avrebbe rappresentato un problema di “sconfinamento” in società religiose che dei confini hanno fatto le proprie fondamenta: confini di genere, ma anche degli spazi. Confini tra sacro e profano, ma anche tra ciò che è giusto e sbagliato, tra ciò che è “halal”, “kosher”, “santo”, e ciò che invece è proibito, abominevole, diabolico.

Così, in ambito ebraico il Levitico ammoniva esplicitamente di “Non giacere con un uomo come faresti con una donna. E’ una cosa abominevole” (18:22); e ancora “Se un uomo giace con un altro uomo come farebbe con una donna, i due compirebbero un abominio. Dovrebbero sicuramente essere messi a morte e che il sangue si riversasse su di loro” (20:13).

Il Vangelo di Matteo è chiaro rispetto ai rapporti di coppia, che devono essere rigorosamente eterosessuali e per di più indissolubili: – Alcuni Farisei vennero da lui per metterlo alla prova. Chiesero “E’ corretto per un uomo divorziare dalla propria moglie per una ragione qualsiasi?”. “Non sapete,” rispose, “che all’inizio il creatore creò l’Uomo e la Donna e disse: per questa ragione un uomo lascerà suo padre e sua madre e sarà unito a sua moglie e i due diventeranno un’unica carne?’ Così essi non sono più due, ma uno. Non osi separare l’uomo ciò che Dio ha unito”(19:3-6)

Nel Corano ci sono diverse allusioni all’omosessualità: la più esplicita è quella in cui si parla della città di Lot sulla quale Dio fece piovere fuoco, proprio perché trattavasi di un popolo dedito all’omosessualità. “Così abbiamo portato lui e i suoi seguaci, tranne sua moglie, che era tra quelli che rimasero indietro. E gli abbiamo piovuto addosso il fuoco; considera dunque che fine fece il colpevole” (7:84)

Le religioni, come le culture, sono in costante fermento. Se negli Stati Uniti i monoteismi sembrano essere ormai in grado di esprimersi anche attraverso un linguaggio apertamente LGBTQ, questo non significa che non vi sia chi contrasta fortemente l’innovazione culturale nella religione. In questa sede, però, non interessa tanto la diatriba sulla legittimità dell’omosessualità nei monoteismi, che lasciamo agli addetti ai lavori: Rabbini, Vescovi e Imam in primis. Piuttosto, è interessante notare una rivoluzione di termini e di posizionamento del discorso sessuale nello spazio pubblico e in quello religioso.

2. Rivoluzioni sessuali.

La percezione che l’opinione pubblica ha delle sessualità si è completamente stravolta negli ultimi 20-30 anni. Che cosa è successo? Per prima cosa, la morale sessuale – che un tempo fu pubblica- si è privatizzata. Chi non si ricorda, per esempio, l’importanza pubblica delle verginità femminile? La verginità (o la sua assenza) avrebbe avuto un tempo il potere di destabilizzare intere comunità.

Allo stesso modo, però, se la condotta sessuale delle persone non è più affare della comunità, gli orientamenti sessuali entrano invece, con forza, nel discorso pubblico. Diventano, cioè, politici.

Questo succede anche alle religioni: da un lato esse si privatizzano, trasformandosi in questioni non più collettive ma strettamente intime e personali; si può scegliere una religione come in quello che Rodney Stark ha chiamato “supermarket delle fedi”; si può appartenere a una comunità religiosa senza credere, e viceversa credere senza appartenere, come ha fatto notare brillantemente Grace Davie; si possono praticare varie forme sincretiche di religione, oppure si può scegliere beatamente di essere atei.

Dall’altro lato, però, alcune forme identitarie legate alla religione diventano tratti da portare nella sfera pubblica, con una certa dose di violenza. Religione e sessualità stanno dunque facendo un percorso simile. Si privatizzano come scelte personali, tra le tante possibili; ma diventano politiche, non appena entrano nella sfera pubblica. Hanno insomma perso il loro ruolo tradizionale di tenere insieme le persone e lo hanno sostituito con un ruolo più marcatamente ideologico e politico di rappresentazione.

E qui, in questo percorso parallelo, si inserisce un’altra novità: fino a qualche decennio fa esisteva una critica omosessuale ai monoteismi intesi come sistemi patriarcali; questo faceva sì che i movimenti LBGTQ si schierassero contro le istituzioni religiose e si posizionassero sul versante del secolare, portando avanti un pensiero critico e introspettivo sul proprio rapporto con la fede, come fecero, per intenderci, intellettuali del calibro di Pier Paolo Pasolini e Michel Foucault.
Oggi questo avviene sempre meno. I movimenti LGBTQ auspicano al contrario la riconciliazione con il monoteismo, che non è messo in discussione, ma ri-aggiustato e modellato proprio nei suoi confini: non è più l’omosessualità a escludere la religione patriarcale dal proprio orizzonte identitario, ma è la religione patriarcale a includere l’omosessualità tra i suoi possibili tratti identitari.

3. Scontri di civiltà o scontri di sessualità?

Per questa constante oscillazione tra pubblico e privato, sessualità e religione giocano una partita fondamentale ai giorni nostri: sono, in fondo, indicatori di quanto un Paese è democratico o meno. Più le identità possono fare riferimento a orientamenti sessuali LBGTQ che vengono inclusi nelle religioni monoteiste, più una società si considera ed è considerata democratica.

In altre parole, la linea che divide i contemporanei “scontri di civiltà”, come avrebbe voluto Samuel Huntington, per esempio tra gli immaginari spazi di “Oriente” / “Occidente”, non è formata dagli atteggiamenti che le culture religiose hanno nei confronti della democrazia, ma quello che esse hanno nei confronti degli orientamenti sessuali e delle relazioni di genere.

Così la cittadinanza democratica contemporanea si crea ed è creata anche secondo una crescente “tolleranza della diversità sessuale”, che d’altronde segue la tradizione democratica inclusivista della diversità tout court, a seconda di chi e cosa è “diverso” o è “minoranza” in un dato spazio e tempo: per esempio, il movimento delle minoranze afro americane segnò gli anni Cinquanta-Sessanta del Novecento, poi ci fu quello femminista, quello indigeno, e via dicendo, fino a quello LGBTQ dei giorni nostri. Per diventare politiche, queste identità hanno dovuto nel tempo costruirsi e definirsi in base a caratteristiche immediatamente riconoscibili pubblicamente.

Il Diciannovesimo secolo, come ha fatto notare proprio Foucault, ha creato la categoria sociale e culturale dell’”omosessuale” distinguendola dalle altre. Lo stesso processo hanno subito le categorie sociali “nuove” per la modernità quali appunto “le donne”, “i neri” ecc. Oggi quella dell’orientamento sessuale è una categoria facilmente assimilabile all’“etnia”: per questa ragione si trovano chiese, sinagoghe, moschee connotate etnicamente, e altre invece connotate sessualmente.

L’identità nazionale sembra però aver perso terreno rispetto a quella sessuale. Le società complesse, come avrebbe detto il filosofo Edgar Morin, sono in fondo il risultato di forze identitarie centripete e centrifughe che lottano, dialogano, negoziano, si alleano o si scontrano tra loro. Sempre più nuove comunità vengono immaginate su base sessuale e locale, invece che etnico e nazionale, come accadeva nel secolo scorso.

E’ il caso della Congregation Beit Simchat Torah (CBST), la sinagoga queer, sempre a New York, che si autodefinisce “una voce progressista all’interno dell’ebraismo” per l’inclusione delle minoranze sessuali. Se tra i punti della sua “mission” si trova solo all’ultimo posto il richiamo allo stato di Israele, al primissimo posto c’è l’offerta di servizi sia “tradizionali” sia “liberali”. Cosa significa? Che si tratta di uno spazio sia prettamente religioso, sia puramente sociale, dove si può – per esempio- pregare, e al contempo ricevere assistenza psicologica.

I matrimoni omosessuali tra fedeli musulmani sono più frequenti di quello che si pensa, specie in gran Bretagna, dopo che le unioni civili sono diventate legali nel 2014. L’attivista britannica transgender Asifa Lahore spiega di aver assistito a centinaia di unioni omosessuali con rito religioso islamico, negli ultimi anni. Per le comunità musulmane, tuttavia, vere e proprie sale di preghiera connotate come LGBTQ sono una questione più controversa anche negli Stati Uniti, rispetto agli altri due monoteismi.

Una delle ragioni di questo è, di nuovo, la narrazione di “scontro di civiltà” che fa da cornice nella costruzione della religione islamica nei Paesi Occidentali. In questo contesto è già difficile per i musulmani creare spazi di preghiera e culto nelle città. Ancora più complesso sarebbe creare luoghi ad hoc per i fedeli LGBTQ.

All’interno della religione islamica poi, l’omosessualità non è solo letta come “peccato” in termini di condotta del fedele musulmano; è anche, e forse soprattutto, un peccato di ordine culturale: l’omosessualità è spesso associata ad una deriva da contatto con l’Occidente per l’immigrato musulmano: una sorta di corruzione culturale post-colonialista.

4. I monoteismi del futuro saranno gay-friendly?

I monoteismi del futuro saranno altamente frammentati, più che gay-friendly. Questo è un passaggio evolutivo cruciale per la nostra specie. Man mano che più persone avranno accesso ai saperi religiosi che – ricordiamo- un tempo erano materia per pochissimi eletti, le religioni diverranno sistemi adattabili e flessibili su misura di ogni singolo fedele. Saranno dunque gay- friendly o estremamente omofobi; saranno inclusivisti o estremamente chiusi; sposeranno le cause più disparate; inneggeranno alla pace così come alla violenza. Smetteranno però – nei prossimi decenni- di essere ancorate ai generi sessuali come lo sono state per millenni.

Se, come dice Anna Rosin, l’era del maschio è finita, anche l’era della femmina non sta andando granché bene. Inizierà dunque un’Era religiosa a-sessuata, dove i monoteismi non saranno più intenti a dare regole sessuali e a definire i ruoli maschili e femminili, ma saranno piuttosto impegnati a definire, di volta in volta, il rapporto tra il fedele e le innovazioni tecnologiche, sociali, culturali, ambientali che sempre più si presenteranno come un’emergenza per la nostra specie.

 Sara Hejazi

Rompiamo il silenzio sull’Africa

Autore: liberospirito 24 Lug 2017, Comments (0)
Circa una settimana fa Alex Zanotelli ha reso pubblico questo appello, rivolto ai giornalisti/e italiani/e affinché si rompesse il muro di silenzio che pesa sul continente africano. Non pare che nel frattempo sia cambiato molto. Tale comportamento silenzioso e omertoso dei media impedisce di comprendere le cause che si celano dietro le ondate migratorie che dall’Africa si dirigono verso l’Europa. Infatti questo silenzio non fa altro che alimentare “la paranoia dell’ ‘invasione’, furbescamente alimentata anche da partiti xenofobi”. Da leggere.
migrantilibia
Scusatemi se mi rivolgo a voi in questa torrida estate, ma è la crescente sofferenza dei più poveri ed emarginati che mi spinge a farlo. Per questo come missionario uso la penna (anch’io appartengo alla vostra categoria) per far sentire il loro grido, un grido che trova sempre meno spazio nei mass-media italiani. Trovo infatti la maggior parte dei nostri media, sia cartacei che televisivi, così provinciali, così superficiali, così ben integrati nel mercato globale.So che i mass-media , purtroppo, sono nelle mani dei potenti gruppi economico-finanziari, per cui ognuno di voi ha ben poche possibilità di scrivere quello che vorrebbe. Non vi chiedo atti eroici, ma solo di tentare di far passare ogni giorno qualche notizia per aiutare il popolo italiano a capire i drammi che tanti popoli stanno vivendo.
Mi appello a voi giornalisti/e perché abbiate il coraggio di rompere l’omertà del silenzio mediatico che grava soprattutto sull’Africa. (Sono poche purtroppo le eccezioni in questo campo!)
E’ inaccettabile per me il silenzio sulla drammatica situazione nel Sud Sudan (il più giovane stato dell’Africa),
ingarbugliato in una paurosa guerra civile che ha già causato almeno trecentomila morti e milioni di persone in fuga.
E’ inaccettabile il silenzio sul Sudan, retto da un regime dittatoriale in guerra contro il popolo sui monti del Kordofan, i Nuba ,il popolo martire dell’Africa e contro le etnie del Darfur.
E’ inaccettabile il silenzio sulla Somalia in guerra civile da oltre trent’anni con milioni di rifugiati interni ed esterni.
E’ inaccettabile il silenzio sull’Eritrea, retta da uno dei regimi più oppressivi al mondo, con centinaia di migliaia di giovani in fuga verso l’Europa.
E’ inaccettabile il silenzio sul Centrafrica che continua ad essere dilaniato da una guerra civile che non sembra finire mai.
E’ inaccettabile il silenzio sulla grave situazione della zona saheliana dal Ciad al Mali dove i potenti gruppi jihadisti potrebbero costituirsi in un nuovo Califfato dell’Africa nera.
E’ inaccettabile il silenzio sulla situazione caotica in Libia dov’è in atto uno scontro di tutti contro tutti, causato da quella nostra maledetta guerra contro Gheddafi.
E’ inaccettabile il silenzio su quanto avviene nel cuore dell’Africa , soprattutto in Congo, da dove arrivano i nostri minerali più preziosi.
E’ inaccettabile il silenzio su trenta milioni di persone a rischio fame in Etiopia, Somalia , Sud Sudan, nord del Kenya e attorno al Lago Ciad, la peggior crisi alimentare degli ultimi 50 anni secondo l’ONU.
E’ inaccettabile il silenzio sui cambiamenti climatici in Africa che rischia a fine secolo di avere tre quarti del suo territorio non abitabile.
E’ inaccettabile il silenzio sulla vendita italiana di armi pesanti e leggere a questi paesi che non fanno che incrementare guerre sempre più feroci da cui sono costretti a fuggire milioni di profughi. (Lo scorso anno l’Italia ha esportato armi per un valore di 14 miliardi di euro!!).
Non conoscendo tutto questo è chiaro che il popolo italiano non può capire perché così tanta gente stia fuggendo dalle loro terre rischiando la propria vita per arrivare da noi. Questo crea la paranoia dell’ ‘invasione’, furbescamente alimentata anche da partiti xenofobi. Questo forza i governi europei a tentare di bloccare i migranti provenienti dal continente nero con l’ Africa Compact , contratti fatti con i governi africani per bloccare i migranti. Ma i disperati della storia nessuno li fermerà. Questa non è una questione emergenziale, ma strutturale al Sistema economico-finanziario. L’ONU si aspetta già entro il 2050 circa cinquanta milioni di profughi climatici solo dall’Africa. Ed ora i nostri politici gridano:”Aiutiamoli a casa loro”, dopo che per secoli li abbiamo saccheggiati e continuiamo a farlo con una politica economica che va a beneficio delle nostre banche e delle nostre imprese, dall’ENI a Finmeccanica.
E così ci troviamo con un Mare Nostrum che è diventato Cimiterium Nostrum dove sono naufragati decine di migliaia di profughi e con loro sta naufragando anche l’Europa come patria dei diritti.
Davanti a tutto questo non possiamo rimanere in silenzio. (I nostri nipoti non diranno forse quello che noi oggi diciamo dei nazisti?). Per questo vi prego di rompere questo silenzio-stampa sull’Africa, forzando i vostri media a parlarne. Per realizzare questo, non sarebbe possibile una lettera firmata da migliaia di voi da inviare alla Commissione di Sorveglianza della RAI e alle grandi testate nazionali? E se fosse proprio la Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI) a fare questo gesto? Non potrebbe essere questo un’Africa Compact giornalistico, molto più utile al Continente che non i vari Trattati firmati dai governi per bloccare i migranti? Non possiamo rimanere in silenzio davanti a un‘altra Shoah che si sta svolgendo sotto i nostri occhi.
Diamoci tutti/e da fare perché si rompa questo maledetto silenzio sull’Africa.
Alex Zanotelli

A proposito di “ius soli”

Autore: liberospirito 26 Giu 2017, Commenti disabilitati su A proposito di “ius soli”
Proponiamo la lettura di un recente editoriale di Domenico Stimolo, apparso su http://www.ildialogo.org. Utile lettura per comprendere come questa proposta di legge, con un percorso alquanto sofferto, sia di fatto un “ius soli” assai moderato, con diversi vincoli, differente rispetto a quello in vigore in molti Paesi, dove viene attuato senza condizioni.
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Dopo quasi venti mesi dall’approvazione alla Camera dei Deputati – ottobre 2015 – ( il disegno di legge era stato presentato nel corso del 2013), finalmente la deliberazione sullo “Ius soli temperato” è approdata al Senato. Bontà del Governo, ieri presieduto da Renzi , oggi da Gentiloni. Le novità altre prodotte lungo questo percorso temporale, considerate assolutamente prioritarie sono sonoramente fallite: riforma costituzionale (battuta con grande maggioranza al referendum), tentativo di intesa su una nuova legge elettorale di stampo “centralista”, avevano determinato un potente rallentamento dell’iter legislativo della proposta di legge.
Da parte dei “manovratori” I diritti di cittadinanza erano stati messi abbandonatamente in coda.  Ora, improvvisamente, la fase politica è cambiata. Sembra proprio che le elezioni non siano più alle porte, quindi lo “ius soli”, che correva il grandissimo rischio di essere definitivamente accantonato ( elezioni anticipate!?), è stato ripescato e messo in buona e giusta evidenza.
Ovviamente, bene così!
Ci sono le potenziali condizioni, finalmente, riguardo fondamentali diritti di civiltà democratica, di fare uscire il nostro Paese dai vincoli di rilevante oscurantismo che lo caratterizzano nell’ambito del contesto europeo, specie per il riconoscimento della cittadinanza ai minorenni nati in Italia da genitori non italiani. Si tratta alfine di modificare in maniera strutturale una regola di stampo antico, plateale nel richiamo linguistico, rimasta in auge, pur nel procedere dei secoli. Tecnicamente identificata in maniera astrattamente naturalista “ ius sanguinis”, letteralmente diritto di sangue. L’ultima legge in materia, n°92 del 5 febbraio 1992, sancisce che il riconoscimento della cittadinanza Italiana è dovuta solo se si  fa parte dell’intreccio contenente il “prezioso” liquido comune. Una vera e propria discendenza di sangue, quasi un retaggio della famosa fascista  stirpe italica, di non lontana memoria, procacciatrice di enormi devastazioni umane e materiali.
Stante i requisiti delle vigente normativa all’atto di nascita acquisiscono il diritto di cittadinanza i bambini i cui genitori sono italiani, con l’esclusiva eccezione di genitori apolidi ( privi di qualunque cittadinanza) o ignoti.
La legge in oggetto prevede inoltre lo “ ius domicilii”.  La cittadinanza italiana viene concessa a coloro che raggiungono il 18° anno di età, sul presupposto che abbiano maturato 10 anni di residenza continuativa ( persone non comunitarie); l’ istanza deve essere effettuata entro 1 anno, pena la decadenza. La richiesta di cittadinanza per naturalizzazione ( adulti e residenti) è vincolata dagli anni di residenza ( almeno 10 per extra comunitari, 4 comunitari, 5 per apolidi e rifugiati; etc. ), con adeguato livello di integrazione e conoscenza della lingua italiana, reddito idoneo, senza carichi penali. In ogni caso, pur avendo i requisiti ( eccetto per matrimonio)  il riconoscimento può essere rifiutato.
Sul piano generale con lo “ius soli” ( diritto del suolo) si intende l’acquisizione della cittadinanza  vigente nel luogo della nascita, senza altre condizioni. Nei fatti, nel contesto territoriale  a noi più vicino, cioè l’ambito degli Stati europei, si distingue il riconoscimento alla nascita o dopo la nascita. Nell’Unione Europea costituita dai 15 Stati di adesione storica: Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito, Spagna, Svezia, vengono applicate normative che complessivamente riconoscono la cittadinanza ( adulti e minori) in un quadro articolato e differenziato di condizioni.
Nell’area cosiddetta occidentale lo “ius soli” senza condizioni viene applicato negli Stati Uniti, Canada, e nella quasi totalità degli Stati del Sud America.
Nel nostro paese  i progetti di merito di cambiamento della legge 92/1992, riconoscimento della cittadinanza, sono al confronto del Parlamento già dal lontano 2003.  Il testo di proposta di legge in discussione al Senato è derivante dalle ampie modifiche precedentemente apportate dalla Camera dei Deputati. Nella versione originaria si individuava la “residenza legale”. Quindi, la proposta prevedeva il riconoscimento della cittadinanza italiana ai nati in Italia da genitori stranieri di cui almeno uno fosse residente legalmente nel territorio italiano da almeno cinque anni, senza interruzioni, antecedenti alla nascita.
Il testo in discussione prevede esclusivamente lo “ius soli temperato” e lo “ius soli culturae”.
Nella prima condizione il diritto di cittadinanza viene riconosciuto ai figli degli immigrati nati in Italia da genitori ( almeno uno) con permesso di soggiorno permanente/tempo indeterminato ( per extracomunitari) o se comunitari con permesso di lungo periodo, residente in maniera continuativa da almeno 5 anni . Nell’ipotesi “ culturae”  la cittadinanza viene concessa ai minori arrivati in Italia prima dei 12 anni di età e che abbiano frequentato un corso formativo scolastico per almeno 5 anni, oppure chi, venuto in Italia minorenne, residente da almeno sei anni, abbia acquisito titolo di studio/qualifica da ciclo scolastico/ istruzione professionale.
Uno studio della fondazione Leone Moresca prevede che i soggetti interessati siano circa ottocentomila, di cui  oltre seicentomila in quando nati in Italia.
E’ utile aggiungere che nel 2015 i cittadini extracomunitari che, stante i requisiti della legge 92/1992,  hanno ottenuto la cittadinanza italiana sono 159.000 ( dati Istat); i comunitari sono stati 19.000. Le cittadinanze italiane ottenute per matrimonio sono complessivamente marginali, poco meno del 10 per cento.
E’ questa, pur in una forma riduttiva, una primaria “battaglia” sui diritti civili. Una legge sulla cittadinanza, per riconoscere operativamente l’articolazione complessiva dei fondamentali diritti di libertà individuali e democratici espressi dai valori fondamentali costituenti il nucleo vitale della Costituzione.  Vitali, così come avvenuto con l’approvazione del divorzio, dell’interruzione della gravidanza, delle Unioni civili.
Quindi, come già verificatosi in quegli eventi, serve chiarezza e piena condivisione, senza distorsioni e mascheramenti. Le valutazioni dei Soggetti politici e le motivazioni ideologiche sono bene chiare nelle dichiarazioni di voto contrarie o di astensione; quest’ultime per i meccanismi di voto al Senato sono chiara espressione di rifiuto per l’estensione dei diritti civili.
Come già avvenuto in quelle occasioni serve una forte e decisa mobilitazione della società civile, a supporto di questa prioritaria evoluzione dei diritti civili. Le differenziazioni non si possono misurare solo nell’Aula parlamentare o lasciando le iniziative esterne solo ai razzisti o a chi ancora si richiama ai dettami della dittatura fascista.
Quindi, giù le maschere che da lungo tempo ormai offuscano la chiarezza civile e politica in Italia……e a ciascuno il suo, per trasparenza e incisività, antirazzismo e pratiche di libertà e giustizia. I cittadini sono tutti eguali tra loro, senza discriminazioni contro gli odi verso gli Umani che inquinano la nostra comune Società.
Domenico Stimolo

Quel legame perduto con la terra

Autore: liberospirito 21 Giu 2017, Commenti disabilitati su Quel legame perduto con la terra

Riportiamo l’inizio di un lungo articolo di Aldo Zanchetta, apparso su “Adista-Documenti” in cui si riflette sulla logica estrattivista presente in tutto il mondo, Italia inclusa. In breve, l’estrattivismo è una relazione con la terra basata non sulla reciprocità, ma imperniata sul dominio; perché il capitalismo – si dice nel testo qui sotto – non è soltanto un tipo di economia, ma è prima di tutto un sistema sociale, finanche un tipologia dell’immaginario. Per chi desiderasse poi leggere per esteso tutto l’intervento (in cui si esamina in particolare la situazione italiana circa l’estrattivismo) può andare qui, al sito di “Adista”.

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La parola estrattivismo è un neologismo che ci viene dall’America Latina, dove il fenomeno ha raggiunto forme estreme, e dove – grazie all’esperienza diretta e all’acuta riflessione di operatori sociali di vari settori (Raúl Zibechi, Eduardo Gudynas, Pablo Davalos …) – ha visto allargare il suo significato e il suo campo di applicazione.

Così, secondo l’analisi di Zibechi, si è percepito l’estrattivismo dapprima essenzialmente come un fatto ambientale, poi come un modello economico e infine come modello di società. L’autore del breve ma denso saggio La nuova corsa all’oro, edito da Hermatena nella collana “Voci da Abya Yala” (pp. 105, euro 9, tel. 051-916563, [email protected]; v. Adista Notizie n. 2/17), in un articolo posteriore approfondisce la sua riflessione sull’estrattivismo come cultura cercando di «comprendere le sue caratteristiche profonde e i limiti delle analisi precedenti. Uno dei limiti (…) consiste nell’aver guardato fondamentalmente all’aspetto ambientale e di rapina della natura inerente al modello di conversione dei beni comuni in merci (…). L’altro grosso errore è stato quello di considerare l’estrattivismo come un modello economico, secondo il concetto di accumulazione per spossessamento elaborato da David Harvey. In sintesi, all’errore di aver incentrato le critiche (in modo quasi esclusivo) sull’aspetto ambientale si è aggiunto l’economicismo di cui soffrono molti di coloro (me compreso) che hanno avuto una formazione marxista. (…) Il capitalismo non è un’economia ma un tipo di società (o formazione sociale), anche se evidentemente esiste un’economia capitalistica. Con l’estrattivismo succede qualcosa di simile. Se l’economia capitalistica è accumulazione per estrazione di plusvalore (riproduzione ampliata del capitale), la società capitalistica ha prodotto la separazione della sfera economica dalla sfera politica. L’economia estrattiva, un’economia di conquista, di furto e di rapina, non è altro che un aspetto di una società estrattiva (o di una formazione sociale estrattiva), che è la caratteristica del capitalismo nella sua fase di dominio del capitale finanziario».

Estrattivismo significa quindi molte cose diverse: estrazione di ricchezze naturali dal sottosuolo con relative devastazioni ambientali, esaurimento della fertilità dei suoli mediante monocoltivazioni intensive senza riposo dei terreni, desertificazione per riforestazioni intensive di eucalipti per produrre cellulosa (l’eucalipto, avido di acqua, fa il deserto attorno a sé), estrazione di valore da territori urbani con opere di “gentrificazione” (termine di derivazione inglese che indica l’insieme dei cambiamenti urbanistici e socio-culturali di un’area urbana, tradizionalmente popolare o abitata dalla classe operaia, derivanti dall’acquisto di immobili da parte di popolazione benestante) e altro ancora come indicheremo con alcuni esempi. Ricordiamo le faraoniche opere di Expò 2015 a Milano. Cui prodest? Ai soliti noti…

In una famosa “Dichiarazione sul suolo” di Ivan Illich, Lee Hoinacki e Sigmar Groeneveld, fra l’altro si legge: «La nostra generazione ha perso il suo radicamento al suolo e alla virtù. Per virtù intendiamo la forma, l’ordine e la direzione dell’azione plasmata dalla tradizione, delimitata dal luogo e qualificata dalle scelte effettuate entro l’ambito abituale di esperienza di ciascuno; intendiamo quella pratica reciprocamente riconosciuta come il bene in una cultura locale condivisa che rinforza la memoria di un luogo. (…) I nostri legami col suolo – le relazioni che limitavano l’azione rendendo possibile la virtù pratica – sono stati recisi allorché il processo di modernizzazione ci ha isolati dalla semplice sporcizia, dalla fatica, dalla carne, dal suolo e dalle tombe. La sfera economica dentro cui, volenti o nolenti, talvolta a caro prezzo, siamo stati assorbiti, ha trasformato le persone in unità intercambiabili di popolazione, governate dalle leggi della scarsità».

Direi che tutto ciò che impoverisce, anche culturalmente, il legame fra una popolazione e il suo territorio è estrattivismo nel senso più ampio.

Aldo Zanchetta

Una moschea dove le donne possono predicare

Autore: liberospirito 17 Giu 2017, Commenti disabilitati su Una moschea dove le donne possono predicare

Riportiamo un articolo uscito su “il manifesto” di oggi, a firma di Sebastiano Canetta, da Berlino. Si parla dell’apertura, nella città tedesca, di una moschea paritaria, in cui il velo non è più d’obbligo e le donne possono tenere prediche, al pari degli imam maschi; proponendo inoltre, così come avviene  da tempo in ambito cristiano, una lettura storico-critica del Corano. Questa nuova esperienza fa il paio con la “Moschea inclusiva dell’unità”, a Parigi, la prima in Europa espressamente aperta ai gay. Segni, questi, che i tempi stanno cambiando anche per l’islam: The Times They Are A-Changin’

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 L’integrazione con le donne “svelate” nella prima moschea «liberale» di Berlino, e l’apartheid della più grande associazione islamica della Germania che a Colonia si smarca dalla manifestazione contro il terrorismo. Due mezzelune diametralmente opposte, distanti poche centinaia di chilometri quanto teologicamente inconciliabili. Due parti comunque dell’Islam che – secondo la cancelliera Angela Merkel – «appartiene alla Germania» e che proprio secondo le regole del federalismo, comincia a governarsi da sé.
Così, sospesi fra rivoluzione e restaurazione, diritti civili e doveri religiosi, cittadinanza attiva e sudditanza passiva i musulmani tedeschi cominciano a ripensare al loro ruolo nella Bundesrepublik. Indicando, nel bene e nel male, quale sarà il futuro con cui fare i conti. Ieri a Berlino nel quartiere di Moabit è stata inaugurata la prima moschea «paritaria» della Germania. Dedicata al filosofo medievale andaluso Ibn-Rushd (Averroè) e al padre della letteratura tedesca Wolfgang Goethe, messi uno accanto all’altro non solo sulla targhetta di ottone.
Da oggi tra le mura del centro di preghiera le donne possono tenere prediche esattamente come gli imam maschi e il velo non è obbligatorio. Una rivoluzione copernicana, per di più a pochi metri dall’altro centro religioso del quartiere, considerato tra i centri di appoggio al terrorista del mercatino di Natale di Charlottenburg Anis Amri.

Tutto merito della forza di volontà di Seyran Ates, 54 anni, avvocata e attivista per i diritti delle donne di origine turca, che aveva denunciato pubblicamente la «discriminazione sessista» nei centri di preghiera. «Abbiamo bisogno di una lettura storico-critica del Corano: una scrittura del settimo secolo non si può certo prendere alla lettera. Noi siamo per una lettura del libro sacro – che è molto concentrato sulla misericordia e l’amore di dio – prima di tutto per la pace. Così si cambia l’immagine pubblica dell’Islam».

Davvero un altro pianeta rispetto a Colonia, capitale tedesca dell’Islam «integrale» dove invece si consuma la guerra (non più sotterranea) tra il Consiglio centrale dei musulmani e la potentissima associazione Ditib, prima organizzazione islamica in Germania e mecca di chi segue il pensiero ortodosso. I suoi imam hanno deciso di non partecipare alla protesta contro il terrorismo e Daesh fissata per il fine-settimana a Colonia in nome della «non-ingerenza». L’esatto contrario di quanto prova a spiegare Lamya Kaddor, organizzatore della manifestazione, convinto che «bisogna prendere posizione, perché nelle nostre città sta succedendo qualcosa». Parole chiare, che piacciono anche alla cancelliera Merkel: attraverso il portavoce del governo Steffen Seibert ha fatto sapere di «apprezzare molto la manifestazione contro la violenza e il terrore». L’esclusione dell’associazione Ditib secondo lei «è semplicemente un peccato».

Sebastiano Canetta

Lettera di Bifo al Papa su reddito e lavoro

Autore: liberospirito 5 Giu 2017, Commenti disabilitati su Lettera di Bifo al Papa su reddito e lavoro
Riprendiamo dal sito della casa editrice DeriveApprodi la lettera che Franco Berardi Bifo ha inviato al papa in cui affronta il tema del lavoro e dl non-lavoro oggi. Merita leggerlo per la sua attualità (prende avvio dal discorso del papa ai lavoratori dell’ILVA). Va ricordato che per la sensibilità biblica il non-lavoro lo troviamo esemplificato dal sabato, così come dall’anno giubilare. Entrambi sono stati creati per amore della vita: il riposo non esiste per accrescere l’efficienza produttiva (come sosteneva Aristotele e con lui buona parte del pensiero dominante occidentale), ma per realizzare il culmine del vivere. Cose importanti in merito sono state scritte da Jacques Ellul (v. Lavoro e religione, pubblicato nel 2015 dal Centro Studi Campostrini).
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Santità,
pur sapendo quanto prezioso è il Suo tempo, mi permetto di rivolgermi a Lei perché da quando una sera di marzo ho sentito la sua voce augurarci buonasera, ho intravisto una luce di speranza, nell’oscurità che da alcuni anni sembra scesa sul mondo.
Non essendo credente non pretendo di capire il senso più profondo delle Sue parole, ma so che sono il cibo di cui ha fame l’umanità contemporanea, condotta a un punto estremo di smarrimento e disperazione dalla violenza e dallo sfruttamento.
Forse perché Lei viene dalla fine del mondo, nei pochi anni del Suo Magistero ha detto la parola carità in modo così persuasivo che anche chi non ha la fede può capirla: nelle mie orecchie spiritualmente sorde è risuonata come l’eco della parola solidarietà cancellata da tempo dall’aggressione del capitalismo che mette gli umani l’uno contro l’altro.
Attento come sono a ogni Suo messaggio, giorni fa ho letto il suo discorso agli operai dell’ILVA, e per qualche minuto mi sono arrabbiato molto con Lei. Com’è possibile (ho pensato) che l’uomo che viene dalla fine del mondo, colui che ha visto da vicino quali effetti produca la violenza del capitale finanziario, si accomodi al conformismo dominante, proprio quel conformismo che ha costretto le donne e gli uomini a vendere la loro vita in cambio di un salario miserabile. Sempre più miserabile da quando di lavoro non ce n’è più bisogno.
Lei sa benissimo che la scienza e la tecnologia, il prodotto più alto del lavoro e della cooperazione umana, stanno rendendo inutile il lavoro salariato, particolarmente quello più degradante e più pericoloso. Grazie al sapere non è più un’utopia la parola di Gesù che ci invita a vivere come i gigli nel campo e come gli uccelli nel cielo. L’idea secondo cui occorre lavorare in cambio di salario è una moderna superstizione.
Questa superstizione ha permesso e permette a una piccola minoranza di sfruttatori di accumulare ricchezze sempre più ingenti, mentre milioni di persone perdono il loro tempo, che andrebbe liberato non certo per oziare ma per educare i ragazzi, per curare il corpo e la mente. Infatti oggi le macchine sono in grado di sostituire l’umana fatica: ma il tempo degli umani costa meno che l’applicazione di congegni tecnici di cui pure abbiamo la disponibilità.
Mi perdoni se mi permetto di rivolgermi a Lei così irrispettosamente: non è vero che lavorare in miniera o in mezzo ai fumi mortiferi delle acciaierie è fonte di dignità. Gli operai dell’ILVA (e i loro figli) soffrono e muoiono per malattie polmonari. Come possiamo dirgli che il lavoro è la sola dignità?
A un giornalista che le chiedeva se bisogna accettare l’inquinamento, una donna di Taranto rispose qualche anno fa con parole che sono rimaste, terribili, nella mia memoria: «Meglio morire di cancro che di fame».
A tal punto gli umani hanno subito il ricatto del capitalismo, che pur di dargli pane accettano che il cancro colpisca i loro figli. A tal punto gli umani sono stati defraudati del tempo e della comunità che solo nel luogo dello sfruttamento hanno potuto ricostituire un senso del comune. A tal punto gli umani sono stati costretti ad azzuffarsi per salario, che la guerra dilaga, i migranti sono visti come nemici da affogare in mare, e il fascismo ritorna dovunque più orrendo che mai.
La dignità consiste nel non piegare il capo a questo ricatto. E non piegare il capo è possibile, oggi, perché grazie all’attività libera e intelligente di lavoro salariato c’è n’è sempre meno bisogno.
Le porgo i miei saluti con gratitudine immensa per l’orizzonte di speranza che il Suo magistero apre al mondo.
Francesco Berardi Bifo

Poesia contro l’ansia

Autore: liberospirito 4 Giu 2017, Commenti disabilitati su Poesia contro l’ansia

Questa volta una poesia. L’autrice, Ilma Rakusa,  è nata nel 1946 da madre slovena e padre ungherese. Vive a Zurigo. In Italia è uscita la sua autobiografia Il mare che bagna i pensieri (Sellerio). Questa poesia è apparsa di recente su “L’internazionale” ed è tratta dalla raccolta Impressum uscita in tedesco nel 2016. La traduzione è di Dario Borso.

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Carezza la foglia

consola il bosco

chiudi la bocca

rima la voglia

stira il cruccio

culla il libro

ama l’aria

annusa l’erba

non offendere i bimbi

non mangiare schifezze

impara nel sogno

scrivi ciò che è

nutri il giorno

forma il tempo

corri e fermati

non esitare

sta’ come neve

apri la porta

invita qualcuno

fa’ pure a meno

vestiti bene

interroga il cuore

rilassati

tocca il mondo

 

Ilma Rakusa

“Io sto con le Ong”

Autore: liberospirito 19 Mag 2017, Commenti disabilitati su “Io sto con le Ong”

Riportiamo un’intervista a Erri De Luca sulla questione degli sbarchi dei migranti in Italia. Come sempre con lucidità e passione l’autore  sa entrare nel merito del problema, a dispetto di tutte le ipocrisie e le menzogne che capita di leggere sui vari quotidiani o di sentire in televisione.  L’intervista è apparsa sul sito di MicroMega.

04 Jan 2016, Greece --- Jan. 4, 2016 - Greece - Europe, Greece, Lesbos isle, January 5, 2016 : thousands of migrants land every day on the shores of the island of Lesbos from neighboring Turkey , distant only 4 nautical miles. (Credit Image: © Danilo Balducci via ZUMA Wire) --- Image by © Danilo Balducci/ZUMA Press/Corbis

Dalla chiusura dell’operazione Mare Nostrum, voluta dal governo Letta nell’ottobre 2013 e sospesa a ottobre 2014 dopo lunghissime polemiche, gli sbarchi sono aumentati e, con essi, i morti e dispersi in mare. Solo nel 2017 sono 43.357 i migranti arrivati per mare in Italia, Grecia e Spagna. In Europa siamo di fronte ad un’emergenza da fronteggiare?

Non si può usare il termine emergenza per un fenomeno che dura in continuità da venti anni. Emergenza è un terremoto, un’alluvione, una siccità. Qui si tratta di incompetenza, di volontario affidamento dei flussi migratori ai trafficanti, di passiva gestione di chi comunque arriva.

C’è chi parla di “invasione”, secondo lei viviamo una fase di grande distorsione tra percezione e realtà? E i media, con la loro imprenditoria della paura, hanno responsabilità?

Esiste il freddo reale misurabile in gradi di temperatura e il freddo percepito più intensamente, dovuto per esempio al vento. Nel caso dei flussi migratori registriamo una percezione ingigantita che istiga l’allarme di invasione. È vero il contrario, le poche decine di migliaia di nuovi arrivi non compensano l’esodo di italiani verso residenze all’estero. Passivo è anche il saldo tra nascite e decessi, in parte compensato dalla natalità dei nuovi arrivi. L’Italia è un paese in via di disabitazione. Una percezione sobria della realtà dovrebbe rallegrarsi del rabbocco di nuovi residenti. Si sparge invece artificialmente l’allarme per giustificare la parola emergenza, che a sua volta giustifica assegnazioni senza gara di appalti e di denaro pubblico a imprenditori legati ai partiti.

La sinistra storicamente ha assunto la posizione “no borders” e dell’accoglienza indiscriminata. Veramente in Italia non esiste un problema migrazione e abbiamo la capacità di inserire tutti i migranti nel nostro tessuto socio-economico?

Non so a che sinistra si riferisce. Il centrosinistra ha introdotto i campi di detenzione abusiva per stranieri colpevoli di viaggio non autorizzato. Ha esordito con il governo Prodi Veltroni affondando il barcone albanese Kater i Rades nella Pasqua del ‘97 per imporre un blocco navale illegale. Invece l’accoglienza economica esiste, eccome: manodopera sottopagata, senza limiti di orario di lavoro, sistemata in alloggi degradati. Succedeva già a Torino negli anni ‘60 e ‘70, gli operai meridionali vivevano in soffitte, dividendosi in due la stessa branda, secondo i turni di lavoro in fabbrica. Il sistema economico tende a ridurre al minimo il costo della manodopera e la nuova disponibilità di stranieri senza diritti sindacali è la pacchia del profitto. L’accoglienza economica avviene sopra e sotto banco.

Verrà accusato di essere un “buonista”, lo sa?

Ignoro il significato. So che chi vorrebbe infilare un immaginario preservativo all’Italia è un autolesionista che non vede a un centimetro dal proprio naso e si rifiuta di documentarsi sulle cifre.

Non crede che la questione debba essere risolta in chiave europea magari con un meccanismo di quote migratorie per ogni Paese? L’Europa non sta abbandonando l’Italia al proprio destino?

L’Italia e i Paesi di confine sud si sono danneggiati da soli firmando il trattato di Dublino, che assegna al Paese di primo arrivo l’intero onere di identificazione e trattenimento. Il governo d’Europa invece lascia che i flussi migratori se la sbrighino da soli. Ogni tanto l’Europa impone il blocco alle frontiere, sospendendo il trattato di Schengen. Va sospeso invece quello di Dublino.

Passiamo alla polemica sulle Ong generata dalle frasi del grillino Luigi Di Maio: come si spiega la sortita del leader del M5S?

Un atto di autolesionismo politico e morale: se c’è un calcolo nel ripetere a pappagallo la diffamazione contro i salvatori di vite umane in mare, è calcolo sbagliato. Potrà incassare qualche voto, ma produce di più un’emorragia di consensi. Con questa posizione sono diventati non più votabili per chi era uscito dall’astensionismo. Il Movimento aveva raccolto quell’area di astenuti, che ora ha restituito al vento.

Però sulla base di un rapporto di Frontex si ipotizza che le modalità operative delle navi umanitarie finiscano con il favorire i trafficanti. Che idea si è fatto di questa bagarre politica?

Sono stato in mare con Medici Senza Frontiere. Ho visto che l’unica condizione necessaria ai trafficanti è che il mare sia extrapiatto. Le camere d’aria lunghe dieci metri e cariche di centocinquanta persone in media, spinte da un motorino di 40 cavalli, partono solo se le condizioni meteo del mare sono ideali. Quando sussistono queste condizioni, i trafficanti lanciano a mosca cieca le camere d’aria al largo verso nord, senza neanche uno di loro alla guida. Se ci sono o non ci sono delle navi soccorso, è affare che non riguarda i trafficanti. Se le zattere naufragano o no, loro hanno già incassato il prezzo del biglietto. Non ha alcun senso logico né pratico l’ipotesi inventata di una loro intesa con le navi soccorso. Sono queste navi che devono dannarsi dall’alba al tramonto per cercare a vista di binocolo quei dieci metri di esseri umani accatastati, alla deriva nell’enorme Golfo della Sirte.

Ma le parole del procuratore Carmelo Zuccaro, sui presunti legami tra trafficanti libici e organizzazioni umanitarie impegnate nel soccorso dei migrant in mare, hanno gettato benzina sul fuoco di una questione irrisolta che si affaccia sulle coste del Mediterraneo?

Sono dichiarazioni irresponsabili del rappresentante di un’istituzione preposta a svolgere indagini, che ha parlato ammettendo di non avere elementi di prova, deragliando dal suo compito di ufficio.

Durante l’audizione in Senato il pm di Trapani, Ambrogio Cartosio, ha parlato di soccorsi senza informare la guardia costiera annunciando che “membri delle Ong sono indagati per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”. Una di queste Ong, tra l’altro, è Medici senza Frontiere… Solo macchina del fango o dietro c’è del vero?

MSF non ha ricevuto, al momento che rispondo alla sua domanda, nessun avviso di indagine. Sono stato a bordo con loro per due settimane in aprile e ho conosciuto tutta la loro macchina organizzativa. In più ho conosciuto l’equipaggio della nave Prudence, noleggiata, e l’ho visto coinvolto dallo stesso spirito di servizio e di dovere di soccorso in mare, che anima i volontari. Favoreggiamento? Favoriscono il più indispensabile soccorso a chi sta per annegare.

E perché le Ong si rifiutano di far salire unità di polizia giudiziaria a bordo? La maggiore trasparenza (delle attività e dei fondi) non sgombrerebbe il campo da dubbi ed illazioni?

Perché non sono un corpo di polizia. Ci pensa già Frontex e la Guardia Costiera a svolgere con pieni poteri e autorità questo compito. I volontari di pace e di soccorso salvano vite senza nessuna divisa. Ricordo che durante la guerra di Bosnia negli anni ‘90 i convogli di aiuti ai quali partecipavo come autista, rifiutavano la scorta armata in zona di guerra. Non si va al soccorso con le armi. 

Non crede che sia possibile che qualche Ong, lavorando in contesti difficili, abbia rapporti ambigui e poco chiari? Le indagini della magistratura alla fine non potrebbero far luce sulla situazione, colpendo soltanto le mele marce della cooperazione internazionale? La giustizia non deve fare il suo regolare corso, perché temerla?

Ripeto: ai trafficanti non serve nessun contatto e comunque possono sapere se ci sono navi soccorso dai pescherecci libici che incrociano al largo e che recuperano i motori di 40 cavalli dai gommoni, dopo che le navi soccorso hanno issato a bordo i salvati. È veramente assurdo e inverosimile attribuire ai trafficanti lo scrupolo di assicurarsi un buon fine al carico umano del quale si liberano appena il mare è calmo.

Il Cara più grande d’Italia era da dieci anni nelle mani della ‘ndragheta per un giro d’affari di oltre 30 milioni di euro. In manette anche il parroco della chiesa di isola Caporizzuto. Come si contrasta il nuovo business sull’accoglienza (e sulla pelle) dei migranti?

In altre parte d’Italia la manodopera straniera viene impiegata senza nessuno scrupolo e a pieno sfruttamento. Non è diverso dal centro CARA calabrese, dove tutta quella forza lavoro lasciata inerte fa gola a chi può approfittarne. Non è peggio di chi ha la gestione dell’accoglienza e intasca la quota procapite, lasciando spiccioli agli ospiti che hanno diritto a quella somma.

Quali le responsabilità della politica?

Di infischiarsene, di lasciare che l’economia selvaggia lucri sulla vita, il lavoro, il bisogno di chi ha solo la forza e la gioventù come merce di scambio.

In effetti su sicurezza e immigrazione tanto il Pd – tra decreto Minniti ed estensione della legittima difesa – quanto il M5S sembrano inseguire la peggior destra, quella razzista di Salvini. È così? Si fa a gara a chi la dice più grossa contro i migranti per racimolare qualche voto?

Il recente ignobile decreto toglie al richiedente asilo il diritto di appello in caso di prima sentenza di respingimento della sua domanda. A chi ha perso tutto quello che si può perdere nella vita, viene tolto anche il ricorso in appello. È un provvedimento incostituzionale e il ministro lo sa, ma che importa? Basta sbattere sul tavolo di una perpetua campagna elettorale l’accanimento contro il più debole. Il decreto è stato preceduto dal ridicolo e certamente costoso accordo con un caporione libico, uno fra i tanti, per trattenere i profughi più a lungo.

E in tutto questo, la sinistra dov’è, esiste ancora?

E’ stata amputata dopo lunga cancrena. Come gli arti amputati, ogni tanto continua a far male in assenza. Nella questione dei flussi migratori è in discussione la semplice appartenenza alla specie umana e alla civiltà del Mediterraneo.

Presentazione a Cremona

Autore: liberospirito 6 Mag 2017, Commenti disabilitati su Presentazione a Cremona

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A Cremona, presso il Centro Sociale Autogestito “Kavarna” (via Corte, 11), si terrà sabato prossimo 13 maggio, dalle ore 20, la presentazione del libro di Raoul Vaneigem Disumanità della religione (Massari editore, 2016), nella traduzione di Andrea Babini, con due saggi di Federico Battistutta. Entrambi saranno presenti per dialogare con il pubblico.

Riportiamo la presentazione della serata: “Per Vaneigem, due sono i grandi mali che affliggono l’uomo, anzi le condanne che l’uomo stesso si è autoinflitto: la religione e l’economia. Sia l’una che l’altra negano l’uomo a sé stesso, lo disumanizzano, facendogli credere che la vita non sia altro che una punizione e la felicità una colpa. La rinuncia alla propria corporeità, sensuale e sensoriale, in favore di uno Spirito “che abita il Cielo degli dei e delle idee” e da cui tutto dipende, fa sì che l’essere umano, invece di vivere, sopravviva, schiavo del lavoro e servo delle caste sacerdotali. Ma se la favola mitica si accompagna al mercato della merce, se il rito sacro è tale e quale lo scambio monetario, allora -dice Vaneigem- i soli antidoti che salveranno l’uomo dalle proprie paure sono il desiderio e la gratuità. Sono queste le “scintille incendiarie che ardono sotto la cenere”, fin dai tempi della religio originaria: unione simbiotica fra gli esseri indistinti, rinnovando la quale l’uomo si libera dal bisogno di dare un senso al tutto e diventa capace di creare se stesso come un vivente fra i viventi”.

Robert M. Pirsig, in memoriam

Autore: liberospirito 26 Apr 2017, Commenti disabilitati su Robert M. Pirsig, in memoriam

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È morto all’età di 88 anni lo scrittore e filosofo statunitense Robert M. Pirsig, autore del romanzosaggio Lo zen e l’arte della  manutenzione della motocicletta (laddove, avvertiva l’autore, tanto lo zen che la motocicletta – con tutta la sua manutenzione – andavano in qualche modo relativizzate). Ci piace qui – ricordando quel libro denso, avvincente, che seppe a suo modo fare storia – riportarne alcuni passaggi significativi, a testimonianza dello spessore esistenziale che trapelava dalle pagine delle sue opere.

Dove, ad esempio, l’ordinario quotidiano e lo straordinario possono incontrarsi: “Il Buddha, il Divino, dimora nel circuito di un calcolatore o negli ingranaggi del cambio di una moto con lo stesso agio che in cima a una montagna o nei petali di un fiore”. (p. 28)

C’è, poi, soprattutto la riflessione su quello che lo stesso Pirsig ha chiamato “metafisica della qualità”: “La qualità… sappiamo cos’è eppure non lo sappiamo. Questo è contraddittorio. Alcune cose sono meglio di altre cioè hanno più qualità. Ma quando provi a dire in che cosa consiste la qualità astraendo dalle cose che la posseggono, paff, le parole ti sfuggono di mano. Ma se nessuno sa cos’è, ai fini pratici non esiste per niente. Invece esiste eccome. Su cos’altro sono basati i voti, se no? Perché mai la gente pagherebbe una fortuna per certe cose, e ne getterebbe altre nella spazzatura? Ovviamente alcune sono meglio di altre… ma in cosa consiste il «meglio»?”(p. 183).

E ancora: “Qualsiasi lavoro tu faccia, se trasformi in arte ciò che stai facendo, con ogni probabilità scoprirai di essere divenuto per gli altri una persona interessante e non un oggetto. Questo perché le tue decisioni, fatte tenendo conto della Qualità, cambiano anche te. Meglio: non solo cambiano anche te e il lavoro, ma cambiano anche gli altri, perché la Qualità è come un’onda. Quel lavoro di Qualità che pensavi nessuno avrebbe notato viene notato eccome, e chi lo vede si sente un pochino meglio: probabilmente trasferirà negli altri questa sua sensazione e in questo modo la Qualità continuerà a diffondersi”. (p. 341)

Oppure, per finire questa fin troppo breve rassegna, le riflessioni sul sapere, la conoscenza e la ricerca della verità: “La vera Università non ha un’ubicazione specifica. Non ha possedimenti, non paga stipendi e non riceve contributi materiali. La vera Università è una condizione mentale. È quella grande eredità del pensiero tradizionale che ci è tramandata attraverso i secoli e che non esiste in nessun luogo specifico; viene rinnovata attraverso i secoli da un corpo di adepti tradizionalmente insigniti del titolo di professori, ma nemmeno questo titolo fa parte della vera Università. Essa è il corpo della ragione stessa che si perpetua. Oltre a questa condizione mentale, la “ragione”, c’è un’entita legale che disgraziatamente porta lo stesso nome ma è tutt’altra cosa. Si tratta di una società che non ha scopi di lucro, di un ente statale con un indirizzo specifico che ha dei possedimenti, paga stipendi, riceve contributi materiali e di conseguenza può subire pressioni dall’esterno. Ma questa Università, l’ente legale, non può insegnare, non produce sapere e non vaglia idee. È solo un edificio, la sede della chiesa, il luogo in cui sono state create le condizioni favorevoli a che la chiesa potesse esistere”. (p. 149-150).

Credere, ma senza nevrosi

Autore: liberospirito 19 Apr 2017, Commenti disabilitati su Credere, ma senza nevrosi

Quanto segue è un’intervista al teologo, psicoterapeuta ed ex-sacerdote tedesco Eugen Drewermann, apparsa alcuni anni fa sulla rivista “Mosaico di pace”. La riproponiamo perché gli argomenti restano sempre attuali, semmai li ritroviamo ulteriormente aggravati (dalla questione – urgente – dei migranti, all’assetto generale del sistema-mondo, al ritardo – storico – della Chiesa intesa come istituzione). “Non si può credere in Dio, senza credere nell’uomo e probabilmente non si può nemmeno credere nell’uomo senza credere in Dio”, dice Drewermann: affermazione interessante e condivisibile, previo chiarimento su ciò che si vuole intendere quando utilizziamo la parola “Dio”. 

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Eugen Drewermann, ultimamente la sua analisi si è incentrata sul tema della salvezza e della guarigione. Un tema arduo, che ha implicazioni psicanalitiche personali, però anche implicazioni con il sistema-mondo in cui viviamo, quasi a far pensare che, se questo mondo potesse essere disteso sul lettino, vedremmo immediatamente una proiezione di nevrosi e ossessioni inimmaginabili. Ma lei, nei suoi saggi e nei suoi libri, allarga il tema della salvezza ai convulsi movimenti di umanità, come le migrazioni di popoli che vengono cacciati e ricacciati da ogni parte. Per lei questo è uno scandalo. 

È un vero e proprio scandalo, che grida vendetta al cielo! Cinquanta milioni di persone oggi vivono sotto la soglia minima di povertà, sei milioni sono bambini; le statistiche dell’Onu ci parlano del flagello dell’Aids in molte parti dei continenti esclusi, in particolar modo in quel continente alla deriva che è l’Africa. Ma vogliamo fare i calcoli nel futuro?

Da qui al 2050? 
Sì, da qui al 2050 ci saranno nel nostro piccolo mondo nove miliardi di persone, di cui due terzi non sapranno come sopravvivere. Un problema che riguarda l’economia, non la psicologia. Viviamo in un mondo rovesciato. Abbattiamo i confini per il trasferimento di capitali e di industrie, però li chiudiamo alle persone. Abbiamo un bisogno urgente di cambiamento dell’ideologia del mercato fine a se stessa, però ciò non avviene. È chiaro che in un mondo così fatto i poveri chiedano di poter partecipare al banchetto dei ricchi. Ma gli stati del ben-essere, come l’Europa e l’Australia, si chiudono ermeticamente nei propri confini perché non vogliono vedere le conseguenze delle proprie azioni. Questo meccanismo ci porta alla contrapposizione fra primo e terzo mondo, fra le popolazioni che stanno bene e quelle che brancolano nell’indigenza e nella fame. Ma il meccanismo si dilata anche all’interno degli stati nazionali, dove si allarga la forbice fra ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri. Ecco allora che si pone la grande domanda etica: cosa possiamo fare noi davanti a questa situazione di tremenda ingiustizia planetaria e di fronte alle legittime richieste di movimento delle popolazioni che fuggono la fame? Oggi molta gente che fugge dalla Nigeria, dal Ghana, dalla Turchia deve dimostrare, una volta arrivata nei Paesi ricchi, che scappa per motivi politici e che ha testimoni diretti. Incredibile. Ma quale stato ha l’interesse a riconoscere a queste persone in fuga il diritto di asilo politico?

È un circolo vizioso. Non se ne esce. 
Individualmente ci sono persone che obiettano a questo sistema atroce. Ci sono impiegati statali, piloti di aerei, poliziotti, che davvero vengono in aiuto di queste persone a rischio anche di perdere il proprio posto di lavoro.

E la Chiesa che fa? 
Qui volevo arrivare… La Chiesa dovrebbe essere una sorta di internazionale dell’umanità e rifarsi alle sue vere fondamenta, che sono quelle testimoniate da Gesù, l’uomo nuovo, il figlio di Dio che ascoltava il cuore dell’umanità. Ma sia il Vaticano che le Chiese locali continuano a rifiutare questo ruolo fondamentale, preferendo utilizzare le modalità e i linguaggi della diplomazia.
I credenti oggi si attendono un discorso chiaro, senza fronzoli, preciso, che si fa carico del rischio per la salvezza dell’uomo che viene, che si manifesta, magari col suo bagaglio di sofferenza e di angoscia. Molte persone hanno capito da tempo che la parola di Dio vale davvero solo quando trasforma la paura in speranza. E questo è possibile solo attraverso l’esperienza vissuta, ossia destrutturando tutti i discorsi teologici in forme pratiche di azione nel mondo. L’insegnamento di Gesù, nell’interpretazione di san Paolo e di Martin Lutero, spiega perfettamente che nessuna persona può essere buona solo perché lo vuole, ma la sua bontà gli deriva solo da una manifestazione pratica del bene. E la grazia è la rivelazione di un incontro con l’altro.

È un altro modo di intendere la fede. Già Dietrich Bonhoeffer aveva posto il problema della fede nel tempo della sciagura nazista. Oggi – diceva Bonhoeffer – urge una fede matura, che sappia vivere “etsi deus non daretur”, come se Dio non ci fosse. E questa fede in Dio è l’azione incondizionata per l’altro uomo. Esistere-per-gli-altri: è la dimensione della fede nel nostro tempo. 
Il grande problema è che noi abbiamo una fede di derivazione autoritaria, che ci arriva dall’autorità ecclesiale sotto forma di superstizione. E in questo senso Freud aveva ragione a credere all’ateismo come un atteggiamento assolutamente umano, perché se credere a Dio significa conservare paure e angosce infantili, allora è una liberazione chiudere con quella fede-credenza. Ecco, dunque, la grande domanda che deve interpellare la Chiesa e ogni altra tradizione religiosa dell’umanità oggi: è importante difendere e sviluppare l’autorità, oppure vivere la fede nella vita concreta, pratica, nell’esperienza di un mondo sensibile e aperto alla voce e al richiamo degli altri? Essere liberi significa rompere con la nevrosi della costrizione. Un tema importante anche in chiave ecumenica.

Quale futuro hanno quindi i valori simbolici, l’identità, la religiosità?
È importante che vi siano degli spazi in cui le persone vengano considerate come valori in se stesse e non più strumenti per un fine materiale. È questo un obiettivo cui mirano insieme sia la religione che la psicoterapia affinché non si richieda alle persone ciò che esse possono diventare per noi, bensì incontrarle per la loro identità, offrendo loro la possibilità di conoscere e ritrovare se stesse.

La teologia riveste ancora una grande importanza per la visione terapeutica di cura dell’uomo? 
La psicologia e la teologia, pur avendo punti di partenza diversi, cercano di conseguire lo stesso scopo: prendersi cura della psiche umana. Mentre però lo psicoterapeuta, alleandosi con i sogni del paziente, giunge negli strati profondi dell’inconscio, come Orfeo alla ricerca della sua Euridice, il teologo, utilizzando i modelli offerti dalla storia della religione o dalla rivelazione, tenta di scendere dall’alto dell’illuminazione fino al piano della realtà. Entrambi i metodi, per quanto diversi siano i loro punti di partenza, si condizionano a vicenda. In ultima analisi, non si può credere in Dio, senza credere nell’uomo e probabilmente non si può nemmeno credere nell’uomo senza credere in Dio.

La questione dell’obiezione di coscienza nell’applicazione della legge 194

Autore: liberospirito 11 Apr 2017, Commenti disabilitati su La questione dell’obiezione di coscienza nell’applicazione della legge 194

Sulla pelle delle donne. Su ciò si basa buona parte della cosiddetta obiezione di coscienza da parte dei medici ginecologi circa l’applicazione della legge sull’interruzione di gravidanza. Intorno a tutto questo dibattere condividiamo l’intervento che segue, elaborato dalla Comunità cristiana di base di San Paolo a Roma (http://www.cdbsanpaolo.it). Dice – come è giusto che sia – poche cosa ma chiare.

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La Comunità cristiana di base di San Paolo, già a suo tempo impegnata –  in dissenso dalla posizione ufficiale della gerarchia cattolica – per il mantenimento di una legge, che evitando alle donne di ricorrere all’aborto clandestino, consentisse loro di rivolgersi in sicurezza alle strutture pubbliche, è rimasta favorevolmente colpita dall’iniziativa della Regione circa l’assunzione per concorso di due medici non obiettori di coscienza da destinare al reparto IVG dell’Ospedale San Camillo di Roma. Tale iniziativa ha avuto, oltre ad un positivo risultato concreto, una valenza fortemente simbolica. Si auspica che anche altre Regioni seguano l’esempio del Lazio. Sappiamo però che questa soluzione non può dirsi definitiva in quanto i medici, terminati i sei mesi di prova e in qualsiasi momento lo ritengano opportuno, possono sempre avvalersi dell’obiezione di coscienza.

Ricordiamo che la legge n. 194 del 1978 si basa su due principi contrapposti: il diritto delle donne di interrompere una gravidanza non voluta e il diritto dei medici ginecologi di non effettuare l’intervento abortivo per motivi di coscienza.

Garantiti questi diritti, la legge ha però come fine ultimo quello di sconfiggere la pratica dell’aborto attraverso la diffusione sempre più estesa dei metodi anticoncezionali. In questo, a causa dei tagli alla Sanità pubblica ma non solo, i Consultori familiari sono stati via via depauperati delle figure indispensabili al loro funzionamento e dei fondi per poter effettuare capillari campagne informative, a cominciare dalle scuole.

In questi 39 anni il numero dei medici obiettori è andato sempre crescendo, col risultato di costringere le donne a penose peregrinazioni, anche in città o regioni diverse dalle proprie,  e spesso  anche a dover tornare all’aborto clandestino.

Sulla strada di possibili contrasti all’obiezione da parte dei ginecologi  che in molti casi è dettata da motivi di comodo, è la proposta di Noi siamo Chiesa che, basandosi sullo stesso principio dell’obiezione di coscienza al servizio militare (affermatosi quando tale servizio era obbligatorio), propone che essa sia consentita solo a quei ginecologi che, in cambio del servizio non prestato presso i reparti IVG, accettino “di fornire una prestazione periodica, gratuita e non formale a favore della collettività, preferibilmente in campo socio-assistenziale oppure socio-sanitario” (v. “Adista” n. 10 dell’11.3.2017). Infatti, mentre i  medici non obiettori sono di fatto costretti ad effettuare, tra le varie possibilità offerte dalla loro specializzazione, solo ripetitive funzioni abortive, in una situazione aggravata dalla cronica scarsità di personale, i medici obiettori non risentono di tutto questo, anzi – in molti casi – vengono promossi alla qualifica di primari e/o dirigenti sanitari.

Altra possibilità sarebbe quella di introdurre una norma secondo la quale non potrebbero assurgere a funzioni di primari gli obiettori di coscienza in quanto  sprovvisti delle competenze ed esperienze in materia di IVG, mai praticate. Essi sarebbero infatti inadatti a svolgere il ruolo di indirizzo, coordinamento, studio e ricerca propri della funzione di primario.

Riteniamo inoltre che dovrebbe essere proprio la coscienza ad impedire, a chi adduce ragioni etiche, di accettare la promozione a primario configurandosi, in particolare secondo la morale cattolica, una cooperatio in malum.

Ci chiediamo anche se la mancata conoscenza del funzionamento e delle necessità dei reparti di IVG non sia all’origine della insufficienza di personale, della mancata sostituzione di strumenti e apparecchi tecnici quando diventano obsoleti o non più funzionanti, come è facile verificare in molte realtà ospedaliere in cui le donne, anche per una semplice ecografia, sono costrette ad andare in altri reparti.

Occorrerebbe comunque, sia per questa proposta che per quella di Noi siamo Chiesa, la massima vigilanza al fine di evitare inaspettate e inaccettabili modifiche della legge n. 194.

Detto quanto sopra, considerato anche che la realizzazione dei diritti delle donne e di quelli dei medici obiettori possono essere garantiti soltanto in un servizio che funzioni al cento per cento, noi riteniamo tuttavia che si debba puntare sulla contraccezione anche perché in campo clinico-farmacologico sono intervenute importanti innovazioni, tra le quali la pillola “del giorno dopo” e quella “dei cinque giorni dopo” che di fatto impediscono l’annidamento dell’ovulo fecondato nell’utero. Purtroppo, sebbene tali pillole debbano essere fornite dalle farmacie alle donne maggiorenni senza necessità di ricetta, a volte i farmacisti ricorrono all’ obiezione di coscienza, non prevista dalla legge, per non fornirle.

In definitiva si tratta di stanziare adeguati fondi per i consultori familiari e per campagne capillari di informazione e sensibilizzazione  nelle scuole e attraverso i social, seguendone poi il processo e controllando  costantemente affinché si raggiunga l’obiettivo sperato.

Comunità cristiana di base di San Paolo

Decrescita, ecologia profonda e spiritualità laica

Autore: liberospirito 5 Apr 2017, Commenti disabilitati su Decrescita, ecologia profonda e spiritualità laica

“Spiritualità laica” è un termine che ci è sufficientemente caro, per quanto suoni ambiguo. Infatti viviamo ancora in un tempo in cui frequentiamo termini logori e consunti, superati dai fatti, in attesa che un nuovo linguaggio possa fiorire e imporsi in tutta la sua evidenza. Di spiritualità laica ne ha parlato anche Serge Latouche mettendo in relazione decrescita, ecologia profonda e, appunto, spiritualità laica. Questa breve nota che pubblichiamo proviene dal “Quaderno di Ecofilosofia” (www.filosofiatv.org). 

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Nel sito www.decroissance.org, c’è una pagina dedicata alle faq sulla decrescita, ad un certo punto vien posta la questione dei rapporti tra decrescita e deep ecology: la risposta è totalmente sconfortante, perché invece di prospettare un’integrazione, delinea una totale contrapposizione precisando che la decrescita dovrebbe essere decisamente antropocentrica, al contrario dell’ecologia profonda!(1)

La sottomissione della Décroissance ad uno dei pilastri più importanti del pensiero sviluppista dominante, non può che stupire, perché equivale a disinnescare le potenzialità della decrescita come paradigma alternativo. Fortunatamente, vi sono anche posizioni di segno ben diverso: Serge Latouche, in uno degli ultimi libri pubblicati in Italia (2), conclude le sue interessanti riflessioni con una esplicita rivalutazione di Arne Naess e della Deep Ecology. Serge infatti osserva che il pensiero della decrescita ha bisogno di essere completato sul versante spirituale, tramite l’elaborazione di ciò che lui indica come “spiritualità laica”, per distinguerla dalle varie forme religiose. Latouche si esprime in questi termini: ”Trovo questo aspetto nell’ecologia profonda, anche se il termine in Francia è sospetto. L’ecologia profonda è quella che si oppone all’ambientalismo superficiale […]. Nell’ecosofia di Arne Naess ci sono molte cose in cui ci si può riconoscere” (p. 143)

(1) Riportiamo il testo così come compare nel sito citato. La décroissance est-elle de l’« écologie profonde » ? L’« écologie profonde » (deep ecology) se définit généralement par le « bio- centrisme », c’est-à-dire qu’elle considère l’humanité seulement comme une partie d’un ensemble vivant. La décroissance est au contraire anthropocentrique : elle place l’humain au centre et accorde à la nature une place très importante, mais qui demeure seconde. La décroissance est donc opposée à l’écologie profonde.

(2) Serge Latouche, L’economia è una menzogna, Bollati Boringhieri, 2014.

Un papa…

Autore: liberospirito 30 Mar 2017, Commenti disabilitati su Un papa…

Lidia Menapace, classe 1924, già staffetta partigiana, già nel nucleo dei fondatori del movimento Cristiani per il Socialismo, già esponente del movimento femminista, di quello antimilitarista e dell’ANPI, già senatrice della repubblica, è ad oggi una delle poche voci fuori dal coro all’interno del mondo cattolico rispetto il pontificato di Bergoglio. Il suo pensiero in merito lo troviamo sintetizzato in maniera eccellente in queste poche righe. Il testo proviene da www.italialaica.it.

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… re dello stato assoluto,  più assoluto che esiste,  batte circa tutti gli altri capi dei paesi d’Europa, rafforzando l’assolutismo, non mutando in nulla la definizione dei diritti delle donne, nè la condanna dell’aborto e il sostegno ai medici antiabortisti violenti USA, appoggiati durante la campagna elettorale di Trump, e diffondendo il linguaggio, il simbolico, l’alta forma di gusto dei riti che caratterizza il cattolicesimo detto costantiniano, già rifiutato dal dimenticato Concilio Vaticano II. La cultura politica italiana non è mai laica nemmeno nei laici, perchè la cultura di Chiesa è nel nostro paese egemone, così anche sullo Ior il papa re non dice nulla e perciò, essendo un evasore fiscale, non può  condannare la cospicua evasione fiscale che caratterizza il nostro paese. Chiedo scusa, so di  colpire molti innamorati/e della affascinante personalità di  Bergoglio, ma sento di non poter tacere. Ciao Lidia

Il papa a Monza: pop-star o gattopardo?

Autore: liberospirito 26 Mar 2017, Commenti disabilitati su Il papa a Monza: pop-star o gattopardo?

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Che il pontificato di papa Francesco rappresenti un segno di discontinuità rispetto ai suoi predecessori è cosa ben nota su cui non c’è motivo di ritornare. Ciò che importa però è comprendere la portata di tale new deal vaticano; detto altrimenti: che rapporto intercorre tra le parole e i dati di realtà? Proponiamo perciò una sorta di “lettura sintomale” (a dir la verità un po’ rapsodica) della visita del papa a Monza, in cui possano emergere alla superficie del testo (qui: dell’evento) i lapsus, i silenzi, i sintomi che raccontano più delle parole pronunciate (a parlar bene, in maniera edificante, in fondo siamo bravi tutti).

Partiamo dai freddi numeri riguardanti i costi dell’evento. Tre milioni e 235mila euro. A quanto pare tanto è costata alla diocesi di Milano la visita di papa Francesco a Monza. Il solo palco, lungo 80 metri e profondo trenta, è costato un milione e 300mila (a sua volta dotato di impianti video del valore di 300mila euro). Giusto per avere un’idea delle cifre: la struttura sulla quale si è esibito lo scorso settembre la rockstar Luciano Ligabue è costata 750mila euro ed è stata utilizzata per due serate; quella che ha accolto il pontefice per poche ore valeva quasi il doppio.

A contribuire a tutte queste ingenti spese troviamo un elenco di vari istituti bancari (cioè le stesse banche che ogni giorno dicono di non avere i fondi per sostenere i risparmiatori) e anche quella Regione Lombardia che è da sempre in prima fila nell’elargire soldi pubblici a una sola confessione religiosa.

Facendo dei rapidi conti i tre milioni di euro sono stati spesi per un’ora e mezza di presenza nella cittadina brianzola, con un costo di circa 35.944 euro al minuto.

Ora, tornando alla domanda iniziale, che relazione c’è tra le parole e le cose? Come conciliare la celebrazione dell’umiltà, della sobrietà se non della povertà e le spese sostenute per un evento di così breve durata e, in fondo, effimero? O, detto in altra forma, che rapporto c’è tra l’attuale papa e il poverello di Assisi a cui il pontefice costantemente dichiara di richiamarsi? Il sintomo emergente, quello che alla fine si ricava dall’evento in questione è che, nonostante tutta la buona fede, il pontificato di Francesco I presenta sempre più i tratti non di un radicale new deal, ma di una studiata operazione di restyling o di make up dell’elefantiaca – e sempre meno presentabile – istituzione cattolica. («Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi», sosteneva il nipote del principe di Salina, nel Gattopardo).

Di fronte a simili fatti, da tempo noi preferiamo volgere lo sguardo altrove, all’esodo lento e silenzioso, quanto inesorabile, dai vecchi apparati religiosi verso una sensibilità religiosa veramente rinnovata, un novum radicale, rispondente ai tempi in cui viviamo e di cui se ne avverte sempre più l’urgenza.

Scriblerus

 

 

Carlo Cassola: l’idea del disarmo unilaterale continua a vivere

Autore: liberospirito 21 Mar 2017, Commenti disabilitati su Carlo Cassola: l’idea del disarmo unilaterale continua a vivere
Alcuni giorni fa cadeva il centenario della nascita di Carlo Cassola, scrittore e intellettuale impegnato nel campo del disarmo unilaterale.  A questo proposito pubblichiamo un intervento di Alfonso Navarra – membro della segreteria della Lega per il disarmo unilaterale – in cui ricorda il lungo e appassionato impegno di Cassola contro la guerra e la corsa  agli armamenti, questioni ancora ben attuali, anche se non viviamo più nell’epoca delle Guerra Fredda; anzi sostenere oggi dinanzi ai vari “signori della guerra” il disarmo unilaterale è davvero una grande eresia. L’articolo è tratto da http://www.ildialogo.org
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Carlo Cassola, lo scrittore partigiano (combatté nelle Brigate Garibaldi) che osò illuminare anche i “lati grigi” della Resistenza (“La ragazza di Bube” va letta anche in questo senso), è celebrato in questi giorni dalle istituzioni, con un comitato ufficiale del Ministero della Cultura, nel centenario della nascita, il 17 marzo 2017 a Roma. Morì poi il 29 gennaio del 1987 a Montecarlo di Lucca, dove si era ritirato a vivere.
Cassola è stato il “padre” del disarmo unilaterale in Italia, come idea e come campagna politica. Ed anche come organizzazione, la Lega per il disarmo unilaterale, che ancora oggi promuove l’obiezione fiscale alle spese militari. E il gesto “culturale” di questa idea di “fare il primo passo nella direzione giusta” fa ancora vivo tra noi Carlo Cassola. Di lui ci resta il suo insegnamento chiaro e forte, che va dritto al punto: ci ammonisce che il militare tutto è nocivo e che la guerra è la faccia violenta di una realtà violenta e che, se non la togliamo di mezzo, non potremo avviarci a cambiare la realtà presente, che è, in gran parte, una realtà militare.
Le idee antimilitariste di Cassola – è la mia convinzione, la convinzione di tanti – sono già sono servite, oggi, a far nascere, in parte, altre idee sulle quali i pacifisti e i nonviolenti stanno attualmente lavorando. Una di queste è, mi pare, l’idea della difesa nonviolenta e dei corpi civili di pace, l’altra è liberarsi come priorità delle priorità  dal rischio atomico. A New York forse già quest’anno in una conferenza ONU (che il governo italiano aveva votato poi rimangiandosi il SI) riusciremo a mettere fuori legge gli ordigni nucleari, allo stesso modo delle armi chimiche e biologiche.
Ed è giusto ricordarlo oggi che, su questi temi, mi sentirei di dire anche su suggerimento di Carlo Cassola, è la società civile che, pur ignorandolo, scende in campo in difesa della vita, messa in pericolo, ovunque sul pianeta, dalla violenza e dal militare. In special modo dal nucleare, che anche se spacciato per civile è essenzialmente in funzione militare.
Credo utile citare queste sue parole, tratte da “La rivoluzione disarmista”, che mi appaiono oggi decisamente attuali:
” Basterebbe che un solo popolo si ribellasse al ricatto della difesa (e della sovranità armata degli Stati nazionali – ndr) per mettere in crisi il militarismo dappertutto. Patriotticamente mi auguro che questo popolo più intelligente degli altri sia il mio. (….) Chi non capisce che è questo il terreno dello scontro decisivo tra progresso e reazione , tra civiltà e barbarie, è di destra, anche se si proclama di sinistra. In altre parole, o la sinistra vince la battaglia per la pace, o non avrà un’occasione di farsi valere, perché il mondo salterà in aria.”
L’antimilitarismo e l’internazionalismo sostenuti da Cassola sono ancora, purtroppo, una lotta attuale e saranno ancora di più la lotta di domani. Per questo, credo che sia giusto che noi, disarmisti “esigenti”, obiettori alle spese militari, amiche ed amici della nonviolenza, si ricordi Carlo Cassola come l’antimilitarista difensore della vita, il cantore dell’esistenza comune, il compagno generoso con il quale siamo orgogliosi di aver fatto un pezzo di strada insieme.
Alfonso Navarra

I conti in tasca: tra Dio e Mammona

Autore: liberospirito 17 Mar 2017, Commenti disabilitati su I conti in tasca: tra Dio e Mammona

IL CARDINALE AGOSTINO CASAROLI CON BETTINO CRAXI ALLA FIRMA DELL' ACCORDO DI REVISIONE DEL CONCORDATO D' ITALIA (Umberto Roazzi / Giacominofoto, ROMA - 1984-02-18) p.s. la foto e' utilizzabile nel rispetto del contesto in cui e' stata scattata, e senza intento diffamatorio del decoro delle persone rappresentate

«Non potete servire Dio e Mammona»

(Mt 6,24; Lc 16,13)

Il sistema di sostentamento del clero attualmente in funzione è quello scaturito dagli accordi firmati nel 1984 dall’allora premier Bettino Craxi (poi coinvolto nell’inchiesta “Mani Pulite”) e dal cardinale Agostino Casaroli, segretario di Stato vaticano. Ora, i dati attualmente a disposizione mostrano come la Chiesa italiana veda assottigliarsi sempre di più i suoi introiti. Le offerte fiscalmente deducibili finalizzate direttamente al sostentamento del clero sono in netta caduta: oltre un terzo in meno in dieci anni, passando dai 18 milioni del 2005 agli 11 del 2014. Osserva amareggiato monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Cei: “Sono diminuite progressivamente sia la somma complessiva raccolta, sia il numero delle offerte sia il valore medio”.

Come è noto, le offerte deducibili  (fino a duemila euro) dall’Irpef vanno ad aggiungersi alla quota dell’otto per mille dello stesso gettito destinata alla Chiesa. Ma sono parimenti negativi anche i dati relativi all’8 per mille il cui andamento, partito nel 1990 con il 76 per cento,  è stato in salita dal 2005, quando superò l’89 per cento delle firme, per poi cominciare a scendere fino all’81 per cento del 2013. Segni dei tempi, anche questi. Detto ciò, seppure in calo, la somma relativa all’otto per mille assegnata alla Chiesa Cattolica per il 2016 non è uno scherzo, risulta pari a un miliardo e diciotto milioni  di euro.

Su tutte questi problemi l’UAAR (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti) ha deciso di dar vita alla piattaforma I costi della Chiesa (http://www.icostidellachiesa.it): l’obiettivo è di presentare una stima di massima che sia la più attendibile e accurata possibile, citando le fonti e utilizzando metodologie trasparenti. L’UAAR parte dall’assunto che tutte le religioni dovrebbero essere sostenute da chi le professa. Ciò non accade perchè Italia ci sono un numero considerevole di leggi e normative emanate in favore delle comunità di fede. Nessuno è al corrente dell’entità dei fondi pubblici e delle esenzioni di cui, annualmente, beneficia la religione che ne gode incomparabilmente più delle altre, cioè la Chiesa cattolica. Pertanto l’impresa è improba. Altri negli anni passati ci hanno provato: Piergiorgio Odifreddi (in Perché non possiamo essere cristiani, del 2007) l’ha stimata in 9 miliardi di euro l’anno, Curzio Maltese (ne: La questua, del 2008) in 4,5 miliardi. Secondo l’UAAR la stima aggiornata dei costi annui della Chiesa cattolica è di € 6.448.569.808. Serve forse un commento?